Tutto quello che avreste voluto chiedere sul cinema e che non vi è mai interessato sapere

Spolvero un attimo e poi "Azione!"

di Barbara Napolitano

 

Bevevamo un pessimo caffè, davanti al quale si ricordava che nella storia del cinema italiano la prima regista è stata una signora nata a Salerno. La mia ottima interlocutrice era Luisa Toscano, con la quale spesso ci scambiamo notizie e appuntamenti. L'occasione era data dal fatto che al PAN, Palazzo Arti Napoli, una mostra ne avrebbe presentato i lavori e la figura dal 26 aprile al 9 maggio ed io mi rammaricavo del fatto che non sarei riuscita a vederla. Parlo della figura e dell'opera di Elvira Notari, la prima regista italiana che ha, tra l'altro, esportato il proprio lavoro in tutto il mondo, prima che la censura fascista ne decretasse la fine, sua e di tutto quel cinema che si esprimeva con sottotitoli in lingua napoletana. La società che produceva e distribuiva i suoi film è la "Dora film", società che la Notari mette su con il marito Nicola, tecnico e produttore dei metraggi cinematografici. Si tratta di film che spesso prendono spunto dalla musica popolare napoletana, intorno alle cui canzoni la Notari scrive delle vere e proprie sceneggiature. Le ambientazioni sono sempre legate all'ambiente familiare dei protagonisti che sono incastrati in "fraintendimenti" d'amore, con una esplicitazione coinvolgente soprattutto dalla mimica dei volti e dalla teatralità di movimenti che arginavano la mancanza del parlato. Ma vi assicuro che tutto è chiarissimo.

Prendiamo ad esempio <<'a Santanotte>> ( qui di seguito si riportano gli ultimi sei minuti della pellicola):

https://www.youtube.com/watch?v=9vo9mtLyWdU

il film racconta di Nanninella (Rosè Angione) giovane inserviente di un caffè, figlia di un padre alcolista che la promette in sposa a Carluccio (Antonio Palmieri), mentre lei vorrebbe tanto sposare Tore (Alberto Danza). Carluccio farà credere a Nanninella che Tore è responsabile della morte del genitore e nonostante la ragazza non nutra sentimenti incoraggianti per il padre, è pur sempre il padre e dunque rinuncia a sposare Tore per Carluccio. Grazie all'aiuto di Gennarino (Eduardo Notari) si scoprirà la verità, ma purtroppo la povera Nanninella non si salverà dall'ira di Carluccio che, alla scoperta degli immutati sentimenti della ragazza per Tore, non esiterà a colpirla a morte. Nanninela morirà tra le braccia dell'amato Tore.

Il film del 1922 fu un successone. Nel cast il figlio Eduardo che sarà spesso protagonista dei lavori materni, incarnando sovente il ragazzo, lo scugnizzo napoletano, scapestrato ma di buonissimi sentimenti, che sotto la furberia nasconde un grandissimo cuore.

Intervistato nel 1963 a proposito della madre, Eduardo/Gennarino disse che era stata oltre che una bravissima regista e sceneggiatrice una ottima "donna di casa".

Classe 1875, nata sotto il segno dell'acquario, salernitana, Maria Elvira Giuseppa Coda, è passata alla storia con il nome di Elvira Notari, prendendo a prestito il cognome del marito Nicola. Questa affabile casalinga/artista realizzò oltre sessanta lungometraggi tra il 1906 ed il 1929, di alcuni di questi il figlio Eduardo ricorda, sempre nella stessa intervista, che colorava insieme al padre, a mano, in un lavoro da certosino miniaturista, dettagli piccolissimi nella pellicola, come un cravattino, o un mazzo di fiori.

Il pubblico faceva file lunghissime per assistere alle proiezioni di questi film, considerati da alcuni come precorritori del Neorealismo, proprio per la descrizione di un habitus culturale che teneva in gran conto le emozioni e le passioni umane. E può far sorridere il paragone, ma si pensi che a mo' della tecnica usata in Trafic, ai coniugi Notari venne l'idea di colorare i sentimenti espressi come il rosso per la rabbia ed il blu per la malinconia.

Il cinema napoletano dei primi anni del Novecento, era un'attività veramente florida, "ad esempio, il film 'Nfama, proiettato al cinema Vittoria di Napoli, in via Toledo, ebbe una tenitura di ben 32 giorni con circa 6.000 presenze. Il film 'A legge, del 1921, tratto da A San Francisco, atto teatrale unico di Salvatore di Giacomo, rimase in programmazione per 36 giorni: la folla di gente che si accalcò al cinema Vittoria costrinse gli organizzatori ad anticipare le proiezioni alle 10 del mattino" (da Vittorio Martinelli, Sotto il sole di Napoli.)

Si pensi che anche all'epoca esistevano dei veri e propri multisala, che per ovviare alla presenza di una sola orchestra per accompagnare film diversi, si inventarono di fare una sorta di sincronizzazione sfalsata, facendo partire il secondo film in maniera che l'orchestra potesse sincronizzare la musica del secondo a ritmo del primo film. Insomma i due film proiettai uno accanto all'altro avevano la stessa orchestra a servirli. Quando nella sala 1 c'era un marchese che moriva, per esempio, tale morte veniva accompagnata da un rullo di timpani con tamburo finale, in maniera che coincidesse con la nascita del bambino proiettata nella sala 2. Anche i proiezionisti dovevano accordare spesso la velocità della pellicola al suono dell'orchestra, era tutto artigianato.

La Notari portò un'altra innovazione: quella dei cantanti in scena durante la proiezione, cosa che prima nessuno ancora aveva fatto.

Altro motivo di notorietà per la nostra regista ed il consorte pure i documentari su commissione di connazionali all'estero che così potevano avere video-notizie di casa.


"Pionieristica era poi anche l'attività di marketing che precedeva e seguiva la produzione dei film: la Notari si assicurava in anticipo i diritti sulle canzoni da presentare al festival di Piedigrotta, a volte andando per intuito e fidandosi del solo titolo, senza nemmeno conoscerne ancora il soggetto da cui avrebbe poi tratto l'opera cinematografica. Tutto questo avveniva in un'epoca in cui, in Italia, la diffusione di dischi stentava ancora a decollare: questa collaborazione segnava un salto di qualità per le edizioni di musica e anticipava i fasti che l'industria discografica italiana avrebbe conosciuto solo a partire dagli anni trenta. Inoltre, nella fase di post-produzione, la Notari si occupava personalmente dei rapporti con la stampa, per pubblicità e recensioni sui giornali, e curava la realizzazione di locandine e programmi di sala".

Giuliana Bruno, Rovine con vista: alla ricerca del cinema perduto di Elvira Notari, 1995, pp. 236-237

Insomma una carriera pioneristica e di tutto rispetto anche in tema di internazionalità. Purtroppo tutte le cose belle finiscono e per la Dora film la fine fu definitivamente decretata dall'avvento del sonoro: anno 1930. La signora Elvira ed il marito si ritireranno a Cava de' Tirreni nel 1940, dove lei morirà nel 1946.

Vi prometto, comunque, che tra poco ritornerò a parlarvene ... con un appuntamento che la vedrà più viva e protagonista che mai.

Mariù, tutte le altre son nessun.

di Barbara Napolitano

Parliamo d'amore. Di film d'amore...

Cioè procediamo per categorie?

Sì, bravo!

Ma come si fa a riconoscere un film d'amore dagli altri?

Si fa così: lei e lui sono accomodati sul divano. Parte una musica che come pentagramma ha lo skyline di New York. Lui si agita sul divano e spera che al sole si sostituisca la notte, che il figlio illegittimo di Charles Bronson arrivi e faccia una carneficina. Ma lei è già accoccolata sotto le sue braccia e lui sa che sta per sorbirsi 120 minuti di melenso che ad essere generosi si può definire "intrattenimento leggero". Comunque meglio che sorbirsi lei. Fine.

Non si capirà mai fino in fondo perché gli uomini odiano i film d'amore, almeno quanto le donne odiano quelli di guerra, ma sappiate che le statistiche narrano che le più grandi spettatrici di gialli e thriller sono appunto donne.

Pensate che persino alla pluripremiata pellicola, addirittura con premi transcontinentali (Premio Oscar e Palma d'oro) "Un uomo, una donna" (1966) di Claude Lelouch, non fu perdonato per la sdolcinatezza. Ed il Morandini riporta perfidamente il giudizio di un critico che ebbe a commentare poco simpaticamente il film:

"È il sesto film di Lelouch il più bel fotoromanzo della storia del cinema francese. Anche l'amore è inquadrato in un'ottica piccolo borghese che, inserendo il sentimentalismo del vivere quotidiano negli stilemi romantici rasenta il Kitsch, ma crea una serie di trappole sentimentali nelle quali è difficile non cadere. Un critico francese lo definì un'autentica impresa di seduzione, un tranquillante su pellicola. Tutto è ripulito, levigato, dolce come la pelle di un bebè, fresco come l'alito Colgate. Anche la morte è ingentilita, disumanizzata. Dove non arriva la sua poetica di carosello pubblicitario, a colpi di zoom e di carrelli frenetici, subentra la musica carezzevole di Francis Lai con il suo motivo conduttore."

Lelouch si vendicherà facendone un sequel vent'anni dopo.

Ma per la sottoscritta il capolavoro del romanticismo e dell'intrigo resta un film del 1932 (lo so lo so ... sono demodè), con un giovanissimo Vittorio De Sica, in pantalone ascellare come voleva la moda del tempo. Parlo chiaramente dell'indimenticabile "Gli uomini che mascalzoni" del regista Camerini che volle non solo fortissimamente De Sica nel ruolo del protagonista, nonostante le rimostranze della casa produttrice che gli trovava un nasone poco fotogenico, ma che mise la scena in piena Milano. Contrariamente a quanto accadeva per le pellicole del tempo, infatti, che amavano girare in teatri di posa per arginare chiaramente gli innumerevoli problemi che la tecnica cinematografica incontrava nella ripresa in esterno, a partire dalla luce, il regista preferì girare quanto poteva in esterno.

E poi la protagonista abita a corso Sempione, sede della Rai!, e tutte le riprese da quella in tram alle descrizioni in camera car della città di Milano sono una vera e propria dichiarazione d'amore all'Italia di quel momento. Resto affascinata a guardare le insegne dell'epoca, e anche se sono nata quarant'anni dopo le riprese di questo film, le vivo con uno struggimento anomalo. Eppure anche quei tempi avevano bene le loro tristezze, basti pensare alla condizione femminile ed alla mentalità che dal film viene inevitabilmente fuori e la dice lunga su quale fosse il "posto" della donna.

Ma l'eleganza e la bellezza del giovane Vittorio, le sopracciglia perfettamente curvate di Lya Franca ed il tenero finale al portone di casa di lei con triplo saluto di buonanotte ed il padre tassista che presenta ai primi clienti un genero nuovo di zecca mi mettono di buonumore. Come Monster e Co. Come in un mondo, appunto, dove i mostri sono spaventati dai bambini.

Siamo nel 1932 e mi sembra un film fatto meglio di tanti oggi. Non perché ci sia questa voglia di tornare a tutti i costi al passato e di guardarsi indietro, semplicemente perché questo regista vede le persone. In uno sguardo, in un motto, in un atteggiamento si racconta la vita, i desideri, la cultura di chi davanti alla macchina da presa sta narrando la storia del cambiamento e dei desideri che quel mondo si apprestava a vivere. Persino le scene dentro una fantomatica Fiera di Milano, seppure ingenue, mi conquistano. Quante di quelle gigantesche bambole ho visto sedute in centro a letti matrimoniali in fotografie di case degli anni Quaranta, e anche oltre.

Il film vede surclassata la sua fama soltanto dalla canzone che ne decreta la sopravvivenza ancora oggi, "Parlami d'amore Mariù"... che tutti canticchiano spesso senza sapere che è stata una delle prime colonne sonore a suggellare il successo del film.

E poi? Dagli anni Cinquanta ci sarà l'America e a Lya Franca ruberanno camminate e sopracciglia perfette prima Doris Day e poi Audrey Hepburn, e dopo ancora Jennifer Lopez e Jennifer Aniston, per lavorare sui grandi numeri e sui nomi facili. Ma nessuna sarà mai come Mariù. Mai.  

SORDI O SON DESTO 

di Barbara Napolitano

SORDI O SON D'ESTO

Tra i primi volti che ricordo in televisione c'è quello di Alberto Sordi. Mio padre lo adorava, letteralmente. Solo da grandicella ho capito perché, dal momento che ragazzina, devo ammettere, Alberto Sordi mi sembrava un po' troppo una macchietta. Chiaramente il Sordi che vedevo in tv era quello dei film trasmessi a ripetizione, in più o meno note Reti, poiché anche le tv locali non disdegnavano di trasmetterne un film di "rapina". Eppure lo preferivo ospite delle trasmissioni del sabato sera, quando nei colloqui con la Carrà o Baudo mi sembrava fuggire per qualche momento a quei ruoli in cui mi appariva un po' sempre uguale a se stesso. Una sorta di maschera che funzionava benissimo, ma lontana dai cambi profondi di ruolo che, secondo me, avrebbero caratterizzato il vero attore. Poi fui folgorata da "Io so che tu sai che io so". Uno dei film che ho più amato da ragazza. Probabilmente sono stata una strana adolescente. Di questo film del 1982, di cui Sordi cura anche la regia, ho amato tutto. La drammatizzazione del quotidiano insopportabile, le crisi di amore e rabbia della Vitti, protagonista femminile, la vita di famiglia sconosciuta al capofamiglia, il principio secondo il quale "se sei interessato alla verità, la verità salta fuori e basta". Lo ha detto a proposito di questo film Rodolfo Sonego, autore del soggetto (e della sceneggiatura con Sordi e Caminito). La storia è quella della famiglia Bonetti, una famiglia dall'apparente banale quotidiano. Per uno scambio di persona la signora Bonetti (Monica Vitti) viene pedinata da un investigatore privato che la scambia per la moglie di un politico, loro vicino di casa, dalla quale la signora Bonetti aveva preso a prestito l'automobile. Scoperto il malinteso il signor Bonetti (Alberto Sordi) ne è divertito, ma la preoccupazione della moglie nell'apprendere di essere stata seguita lo mette in allarme. Seguirà dunque sua moglie che obbliga l'investigatore a consegnarle le riprese fatte durante il pedinamento. Bonetti/Sordi, però, è alle sue calcagna e si impossessa delle bobine che proietterà nella sua casa di campagna: lui unico spettatore. Comincia così il viaggio del protagonista e del pubblico, nella vita "altrove" che conducono i membri della famiglia, vita ricca di scoperte sconvolgenti, una delle quali è la tossicodipendenza della figlia, la scoperta di un tumore che in realtà lui non ha, il tradimento della moglie e l'amore che questa stessa gli porta.

Descrivere la trama non potrà mai rendere l'alternarsi delle gioie e dei dolori di quest'uomo e le nostre nel guardare scorrere eventi che ne evidenziano le altezze e le bassezze di essere umano.

Sordi trasforma anche direttamente sul set diverse battute del protagonista, come un vero animale da set quale lui è.

<< "Le camere sono fredde", Sordi abbellisce "bisogna ripristinare il riscaldamento", salva solamente quello che di cui il copione proprio non può fare a meno, la battuta sulla posizione del cappuccino: la donna sotto e lui sopra. Come in ogni film di Sonego c'è un uovo. Avvocato Ronconi: quella canaglia fa delle insinuazioni su tua moglie per iniettare nella tua mente il germe della gelosia, approfittando di un madornale errore compiuto dal suo detective, e ben sapendo che una scatola chiusa suscita sempre una curiosità enorme...

Fabio Bonetti: "Come l'uovo di Pasqua"

E c'è un battutone di un personaggio del passato che vuol fingersi aggiornato, al passo coi tempi

Fabio Bonetti: "Niente... del più e del meno. Dicevo a Veronica che la droga non va drammatizzata... se una sera papà e mamma si fanno uno spinello, o a limite, la notte di Capodanno un tirino di cocaina, non è la fine del mondo".>>

Tratto dal libro "Il cervello di Alberto Sordi: Rodolfo Sonego e il suo cinema".

A partire da questo film ho cominciato una lenta riscoperta di Alberto Sordi, in pellicole memorabili, che non stancano mai (cito per tutte "La grande guerra" del 1959 riproposto quest'anno a Venezia nella sua versione restaurata)

https://www.snc.it/news.jsp?ID_NEWS=391&areaNews=10&GTemplate=news.jsp

e l'ultimo che ho ritrovato nel corso di una ricerca sul cinema dei "telefoni bianchi" che mi hanno fatto conoscere Mario Camerini, di cui magari parleremo un'altra volta per non appesantirvi.

Si tratta di "Crimen", appunto di Mario Camerini, un film del 1960, nel quale Alberto Sordi interpreta il ruolo di un incallito giocatore d'azzardo che rischia di perdere l'amore della moglie, una bellissima Dorian Gray. La trama narra di sei protagonisti che saranno coinvolti in un omicidio, poiché tutti presenti sul treno diretto a Montecarlo e diffidenti nei confronti delle forze dell'ordine, diffidenza che rende tutti sospettati. Tra le scene del film in cui Sordi dà il meglio di sé è in compagnia del fantastico Vittorio Gassman.

https://www.youtube.com/watch?v=ci3nKk4K5Dc

https://www.youtube.com/watch?v=KbFKsgCqTyI

A Camerini questo film leggero non verrà perdonato. Ma come!! Il regista di capolavori della "pentalogia" che affrescava in tempi non sospetti vizi e virtù della piccola e media borghesia si abbassava a filmetti di genere... Non si fa! Ed anche Giuseppe Sibilla sul TV Radio Corriere del 1967, in occasione della programmazione televisiva del film non riuscì a zittirsi in proposito. Tra le altre cose scrisse: "Il fatto è che film di questo genere, immediatamente debitori all'attualità quanto al gusto di pubblico che si prefiggono di soddisfare, invecchiano in fretta. Rideremmo di meno, e in maniera assai diversa, da quella a cui ci aveva abituati Camerini, negli anni più fortunati della sua carriera.. Crimen offre divertimento a grana grossa e di rapido consumo, secondo le regole d'un gioco commerciale che non ha gran tempo da dedicare alle rifiniture."

Figurarsi che avrebbe detto de "La mia signora", 1964, altro imperdibile cult dell'Albertone nazionale. Con regie a più mani (Tinto Brass, Mauro Bolognini, Luigi Comencini) protagonisti degli episodi sempre Alberto Sordi e Silvana Mangano.

Delle trame tutte aggrovigliate intorno ai rapporti di coppia racconterò solo brevemente quella dell'episodio 3, tratta da una novella di Goffredo Parise nella quale un uomo giovane e molto malato è costretto a letto (passaggi imperdibili della suora infermiera interpretata dalla sora Lella). Quest'ultimo dunque viene continuamente mortificato da suocera, moglie e figlio che gli rimproverano la malattia che gli impedisce di assolvere ai propri doveri. La regia è di Bolognini mentre la sceneggiatura è sempre di Rodolfo Sonego.

Imperdibile l'osservazione della moglie/Silvana Mangano: "Un uomo se ama veramente sua moglie non si ammala".

Questi anni alla scoperta dei film di Sordi oltre ad insegnarmi tantissime cose sulla società italiana di oggi e di allora, di me e del mio mondo, mi ha detto tante cose sul mio papà. Oggi a sette anni dalla morte di mio padre riporto le parole che Martin Scorsese disse a proposito della notizia della morte di Sordi, parole che sarebbero piaciute e avrebbe condiviso mio padre.

"Sono triste e scioccato nell'apprendere della morte di Alberto Sordi. In qualche modo non pensavo fosse mortale. Le sue immagini vanno dal mio cuore alla mia mente, vedo la sua faccia e sento la sua voce in tutti quei meravigliosi ruoli che ha interpretato. Sordi ha catturato come nessun altro quello che significa essere italiano, satirizzando molti tratti nazionali, buoni e cattivi, e così facendo, esorcizzandoli. Uno potrebbe legare insieme tutti i suoi film e tirarne fuori una storia dell'Italia. Era più di un attore. Era una icona nazionale. Porta con sé uno degli ultimi gloriosi ricordi dell'età mitica del cinema italiano".

Alberto Sordi ha girato talmente tanti film che me ne mancano ancora molti, per fortuna. Li centellino, ritrovando in ciascuno di essi qualcosa che mi commuove o mi fa sorridere insieme a mio padre.

IKEA HIC ET NUNC

di Barbara Napolitano

Ci sono giorni che alla disperata, per sfuggire alla mia vita, cerco un film. Quando invece non ci sono proprio speranze di salvezza mi rifaccio a Netflix e scelgo una serie che abbia almeno tre stagioni o dodici puntate. Lo scorso fine settimana è stato salvato da "Le regole del delitto perfetto", quindici puntate e ti passa la paura. Anzi ti viene perché impari dalla serie che non puoi fidarti veramente di nessuno, se la vita non te lo ha ancora insegnato. Ma per uscire dalle note meramente biografiche, vengo al punto. In questa ricerca di titoli nuovi ho incontrato "Here is Harold", film del 2014. È stato amore a prima vista. La storia è quella di Harold ed impariamo qualcosa su di lui osservando una sigla ricca di foto che, in uno slide show, esplicita della sua infanzia, del suo ambiente culturale, del suo matrimonio e della nascita di suo figlio. Impariamo pure che gestisce un negozio di mobili, che fabbrica anche egli stesso artigianalmente. Ama il suo lavoro e sua moglie. Dopo due minuti questo è già chiaro. Immediatamente dopo si evince che la moglie Marny non sta proprio benissimo. Le nostre preoccupazioni per lui cominciano nel momento in cui ci accorgiamo che uno store IKEA sta per aprire proprio di fronte casa sua, accanto al suo negozio. Tutto è oscurato da questo gigante. Mangerà prima il negozio, poi la moglie, poi la vita di Harold. Come vendicarsi di uno che ti ha distrutto praticamente ogni cosa? Harold decide che sia una buona idea rapire Ingvar Kamprad, il fondatore di Ikea, e per questo va dalla Norvegia alla Svezia... Riesce nel suo intento. E poi? Mai e poi mai, potrei rubare a quanti cercheranno il film, non doppiato in italiano, ma godibilissimo con i sottotitoli, la soddisfazione di imparare qualcosa del mondo che viviamo insieme a Ingvar e Harold. E credetemi da imparare c'è. Per quanto riguarda me, mi sembra di poter dire che la verità sia cosa opinabilissima e sopravvalutata. Ma cosa ancor più grave è che a volte sopravvalutiamo persino il senso di quello che facciamo, e che fanno gli altri.

Il regista Gunnar Vikene ha fortemente voluto Bjorn Sundquist per il ruolo di Harold, sia perché lo conosceva bene come ottimo attore teatrale, ma pure per la generosità con la quale offriva la propria esperienza di vecchia volpe ad altri attori, meno esperti, che sarebbero stati presenti nel cast. Per il regista Harold è Don Chisciotte in cerca di un motivo che dia senso alla sua vita. Sarebbe stato meraviglioso se Mr Ikea fosse stato interpretato dall'originale proprietario del marchio, ma Vikene ha obiettato che non avrebbe mai potuto chiedere ad un uomo di 86 anni di fare un bagno in un lago ghiacciato, scena importantissima per il film. Del resto il freddo è co-protagonista di tutta la storia, girando quasi sempre praticamente a -30 gradi.

In un'intervista al regista viene chiesto:

Come può essere definito il suo film, un road-movie, un... ?
Innanzitutto nessuna etichetta. Amo sorprendere il pubblico, senza considerare le convenzioni, le barriere, ma dando importanza all'implicito, a ciò che è nascosto. Amo le persone, lo ammetto, ho un debole per quelli che si sbagliano, che commettono un errore in buona fede. Mi fanno sorridere, anche ridere, ma non li prendo in giro. L'umorismo si combina con la tenerezza. La stessa Marny, la compagna di Harold, con il suo linguaggio poco fine, mi fa tenerezza. Se nel mio film parlo della vecchiaia, dell'invecchiamento piuttosto, è per sottolineare che è importante non dimenticare il proprio passato, ma lo è ancora di più fare nuove conoscenze, andare avanti.

https://www.cineuropa.org/f.aspx?t=film&l=en&did=256439

Ecco. Andare avanti. È così importante riuscirci. Perciò amo tanto questo film.

MEMORIES & GUNS

IL CORAGGIO DELLA MARCHETTA

IL CORAGGIO DELLA MARCHETTA

Ci si potrebbe scandalizzare per le cose che sto per scrivere, ma in fondo se uno è un niminchialista perché non dovrebbe esserlo fino in fondo, per quale motivo un niminchialista dovrebbe avere un comportamento distaccato, morale ed equilibrato nei confronti di ciò di cui parla ? Nessuno.

Esiste un cinema indipendente in Italia, talmente indipendente che sembra una di quelle garconierre con l'entrata da dietro di cui si scendono tre scalini e si apre un aporta blindata per trovarsi tra quattro mura senza il bagno e un letto fetente solo per fare l'amore non si sa con chi poi. esiste un cinema talmente indipendente che sarebbe gratis da guardare e che non fa parodia, non fa pubblicità, non ha attori famosi ma nemmeno non famosi. Esiste un cinema indipendente che scimmiotta il grande cinema ma che data la mancanza di mezzi magari trova qualche idea originale ed esiste un cinema indipendente che nemmeno imita nessuno ma che bisogna guardarlo con attenzione e pazienza perdonandogli tanti errori tecnici. Esistono su youtube centinaia di film indipendenti che potrebbero farvi passare unìora interessante, gratis e senza pubblicità, ma si sa quando una cosa la dai gratis sembra tu non le abbia dato alcun valore e invece...

tra questi film ce n'è uno, uscito due anni fa, MEMORIES&GUNS di Vittorio Adinolfi.

Adinolfi è un mito del teatro napoletano, nell'assoluto silenzio della sua anima in tumulto ha scritto decine di commedie, ha riadattato shakespeare così come Scarpetta, ha iniziato con una vhs 10 anni prima di Gomorra a immaginare una Napoli surreale in cui battagliano bande senza scrupoli con dentro elementi fantastici. Vittorio è uno scrittore, un autore.

Nel 2014, rimette in sesto una vecchia sceneggiatura e gira questo film scombinato, drammatico e divertente, teatrale quanto basta ma con invenzioni visive degne del miglior cinema sperimentale. Appassionato di fumetti ne usa a tratti lo stesso linguaggio, ma c'è anche del cinema vero come nelle scene iniziali, del documentaristico e del noir, il western, Godard. Ci sono attori bravi e fatali. La trama non si può raccontare, la trama è da scoprire e per scoprirla bisogna fare uno sforzo, superare i primi dieci minuti in cui nessuno ti incanta con un inseguimento tra automobili, esplosioni, e in cui non si vede il solito o la solita tizia che si prepara per andare a lavoro. Dal primo fotogramma M&G è misterioso ma non pretenzioso, non è chic, non ha charme ma ha impegno, dedizione, e visione.

Le pillole, di cui si parla insistentemente nel film, sono frammenti dei nostri ricordi, ed è facile smarrirsi come l'investigatore privato, confuso dalle sue ritornanze o avere tutto sotto controllo come il deus ex machina Gerry Edison che altri in fondo non rappresenta che il tentativo di ognuno di noi di guidare i nostri sogni.

Tutto questo, può riguardare tanto altro materiale cinematografico che non uscirà mai al cinema, che resterà nei meandri di Vimeo e Youtube, ma che vale la pena guardare se vi interessate di cinema.

Vi starete chiedendo il perché del titolo ?

Perché alla realizzazione, produzione, scrittura e interpretazione ho partecipato anche io, Nicola Guarino.

link al film : https://www.youtube.com/watch?v=5mG4bbjjVes

MEMORIES & GUNS

Realizzato da Umberto Santacroce

Scritto da Vittorio Adinolfi con la partecipazione di NIcola Guarino

Prodotto da Gerry Edison FActory

Regia di Vittorio Adinolfi

Hubert nello Sputnik

di Barbara Napolitano

Quello che mi piace moltissimo del modo di raccontare di Hubert Sauper è la sua osservazione partecipante. Non è mai fisso in un posto, il suo racconto è sempre in soggettiva, ma non come una puntata di "Medici in prima linea". Quello che mi piace di Hubert Sauper è la capacità di mantenere la propria umanità senza essere pietoso o patetico, senza indulgere in quelle inquadrature tanto care a coloro che sperano con il taglio ad effetto di ottenere il meritato premio. Ma la sua spesso sbilenca modalità di racconto ti fa sentire lì. Certo a volte un po' più nascosto di altri. Quello che gli invidio è la capacità di costruirsi da solo un piccolo aereo, chiamarlo Sputnik, e con quello arrivare senza paura a raccontare e riprendere quello che succede, per esempio, in Sudan. Approcciarsi al mondo ben sapendo che dal momento in cui atterra non dovrà scapicollarsi a guadagnare fiducia e sfiancare la gente con inseguimenti di giorni per capire dove e con chi è. Perché una volta che sei atterrato in un villaggio inaccessibile per le vie tradizionali, ovvero per strade che nemmeno ci sono, saranno gli abitanti a venirti incontro per capire chi cacchio sei e, soprattutto, perché sei lì. Chi sei in Sudan, e Sauper ce lo spiega benissimo, lo hanno imparato a proprie spese. Perché, vedete, il colonialismo non è finito mai, cambia solo le sue maschere, cambia il modo di approcciare il mondo che vuole per sé.

Sauper racconta di questi nuovi colonialisti a "Il fatto quotidiano" in occasione del Milano Film Festival del 2014:

"Uominid'affari alla ricerca di profitti facili, missionari cristiani, trafficantid'armi, i leader delle grandi nazioni del mondo che cercano di fare dell'Africa la loro area di influenza e, appunto, registi con in testa l'idea di un film. Questo slancio alla conquista è uno dei grandi miti e motivi della cultura occidentale; quando abbiamo esaurito la conquista del mondo, siamo partiti alla conquista dello spazio".

Ma per continuare in maniera a dir poco ossessiva con quello che mi piace di Sauper, aggiungo che mi piace proprio il suo modo di fare politica e di dichiararlo. Sì, perché oggi sembra un delitto. Pare che occuparsi di politica da liberi cittadini sia "cacca", disdicevole, non si fa. Quasi come quando ti danno dell'intellettuale e secondo qualcuno dovresti offenderti. Offendermi? Ma io sono onorata dalla parola. Magari lo fossi! Magari ci fossero i Pasolini che si occupavano (eccome!) di politica a testa alta, anzi inserendola nella poètica.

Magari ci fossero cento Sauper candidati all'Oscar per i loro film. Perché fare un bel film non significa solamente muovere gli attori in scena. Perché fare un buon film significa dire delle cose a proposito delle emozioni, della realtà, del mondo e farlo con immagini e suoni che arrivino a chi guarda. Chi se ne importa delle categorie. Ci sono film che sembrano documentari fatti sui loro protagonisti, che parlano per ore di come si muovono e come camminano gli attori all'interno di un'inquadratura, per carità... se emoziona, se piace, non mi permetto di dire che sembrano documentari su attori agée.

Insomma "We Come As", ovvero vengo in amicizia, mette già dal titolo in evidenza come esista una forte discrepanza tra quelle che sono le rappresentazioni (da Occidentali) dell'Africa e quella che è la verità. In maniera dura, cruda, poetica, intelligente, colta. Le riprese sono effettuate durante il referendum del 2011 che chiedeva la separazione del Sud Sudan (a maggioranza cristiana) dal Sudan musulmano.

https://www.youtube.com/watch?v=-0uso3emlUg

https://www.youtube.com/watch?v=KfDlhCXYDSg

"Ci sono i cristiani evangelici americani arrivati in Sud Sudan per spiegare il Vangelo, che frustanoibambini che non si coprono ma che poi non riescono a spiegargli il senso del passo della Genesi in cui Adamo ed Eva sono "nudi ma senza vergogna". Ci sono i dipendenti cinesi di una compagnia petrolifera - la Repubblica popolare è uno degli attori più attivi nello sfruttamento delle risorse in Africa, con il governo di Pechino che ha sostenuto con energia il presidente sudanese accusato di genocidio al-Bashir -; lavoratori che vivonobarricati dentro il loro compound e che spiegano che "la protezione dell'ambiente non è un problema nostro". E ci sono soprattutto le grandisocietàoccidentali in lotta per lo sfruttamento delle enormi risorse petrolifere e naturali del Sud Sudan, che si incontrano alle Conferenze per gli Investitori spiegando che "il Sud Sudan va aiutato" (con sullo sfondo una televisione che rimanda un'intervista all'ex- segretario di stato Usa HillaryClinton, secondo cui "gli africani godranno enormi benefici" dagli investimenti stranieri); intanto però Sauper ci mostra comunità senza più acqua potabile, infiltrata nelle operazioni di estrazione del petrolio, e vecchi capi di comunità locali che concedono alle società occidentali lo sfruttamento di 600 mila ettari di terra per 25 mila dollari."

https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/08/milano-film-festival-we-come-as-friends-viaggio-nello-sfruttamento-del-sudan/1113877/

Ci siamo già occupati, sebbene tangenzialmente, di Sauper in questo spazio. A proposito del suo film "L'incubo di Darwin" del 2004, altro fortissimo resoconto della situazione del Lago Vittoria in Tanzania. Ma in realtà questi film non parlano solo di Africa, anzi, parlano di Russia, America, Italia, perché la "parte" del mondo, e chi vuol capire capisca, non esiste più....

Chi scrive è sempre più convinta dell'importanza del racconto visivo come veicolo di senso, e quindi di quanto sia fondamentale che arrivi anche a quel pubblico che tradizionalmente non l'avrebbe guardato ma che se lo avesse trovato, perché un'intelligente programmazione lo ha inserito in una rassegna di premi internazionale e famosa, avrebbe benedetto coloro che gli fornivano questa opportunità. Quel pubblico che è grato al racconto degli sbarchi a Lampedusa perché "Fuocammare" non li propone solo come l'elenco di morti affogati. Quel pubblico che ha così pure la possibilità di andare oltre la visione del mondo offerta da una finestra aperta solo dal lato "occidentale", intenso come direzione dello sguardo. Potrei semplificare, ma non voglio. Perché "Il niminchialista" rivendica proprio il diritto a non essere semplici. Il diritto a non semplificare a tutti i costi.

Sono persuasa che sia necessario un racconto visivo che renda l'idea di realtà più di quanto non la mistifichi un certo cinema, che traghetti la verità del mondo da un film documentario, da un servizio giornalistico, da una rubrica del mezzogiorno. Senza voler a tutti costi entrare nel complesso mondo di quello che può definirsi artistico e cosa no. D'altra parte oggi il focus della mancanza di artisticità è sul documentario mentre prima era sulla televisione... In "Zora la vampira", dei fantastici Manetti Bros, il protagonista Dracula lamenta la propria delusione per la realtà. Ed anche lui ce l'ha con la televisione: "io in televisione avevo visto strade luminose, gente felice, gioventù, freschezza e invece ho trovato solo squallore, falsità, maleducazione, spazzatura".

https://www.youtube.com/watch?v=6vucvW0m0T8

Da quando esistono le immagini "riprese" esiste il problema della realtà, della verità. Fotografia e cinema alla nascita avevano da una parte il compito di documentare la realtà, e dall'altra produrre a loro volta quella quota di "arte" che sottraevano alla bravura dei pennelli di pittori. Ebbene nella televisione questa quota artistica non viene mai cercata. Eppure credetemi c'è. Io per esempio penso che Ilaria Alpi avesse veramente un modo artistico, oltre che profondo e vero, di raccontare quello che attraversava la sua strada.

Mi chiedo cosa ne penserebbe Sorrentino dell'affermazione di Huber Sauper: "il senso dell'arte e del cinema come lo intendo: smascherare le certezze, cercare di pensare ai grandi problemi mondiali sotto un'altra prospettiva".

A me piace.

IL CINEMA VERTICALE

di Nicola Guarino


IL CINEMA VERTICALE

Il cinema ma prima la fotografia ci ha abituato a diverse possibilità di inquadratura, di spazio proiettato.

Abbiamo visto foto quadrate, foto e film rettangolari . Prima il fotogramma aveva un rapporto 4:3 per intenderci quello standard della cinematografia fino agli anni '30, poi arrivarono il 16:9, il panoramico, ma anche formati casalinghi più piccoli e più comodi come il Pathé Baby di fatto quadrato.

Da qualche anno abbiamo i film semi sferici l'IMAX, e con l'arrivo dei visori personali di fatto ci saranno i film totali, in pratica lo spettatore al centro del film.

Ma il cinema è un mezzo primitivo, ancestrale, non nasce banalmente piatto e col rapporto 4:3 a caso.

La visione binoculare e il rapporto della forma umana rispetto all'insieme favorisce senza stancare questo tipo di formato. Certo successivamente i formati panoramici presero il sopravvento ma appunto nella loro accezione era già detto tutto. Panoramico, quindi buono per i film western e d'avventura in cui i cavalieri attraversavano il deserto. Fritz Lang dirà che il cinemascope è adatto per i serpenti e per i funerali non certo per le persone, e poi aggiungo io è questione di linguaggio, si usa il mezzo e l'aspetto che si vuole per dire quel che si vuol dire per cui si può cambiare rapporto d'aspetto durante lo stesso film così come cambiare il mezzo di ripresa passando dal 4k al vhs e ritornando al 4k. Questione di linguaggio dicevamo.

A proposito di linguaggio, le riprese video, e quindi in fondo un modo di raccontare che si è fatto strada negli ultimi cinque anni grazie agli smartphone e alle loro potenti telecamere è quello del FORMATO VERTICALE. Visto con orrore e disprezzo dai puristi del cinema, dagli studenti del cinema sperimentale, da chiunque non ne capisca nulla di linguaggio ma studia sui libri, il formato verticale è diventato comune e popolare tra chiunque faccia o veda un video su un cellulare.

Un po' è colpa delle nostre mani. E' più semplice mantenere uno smartphone in maniera naturale che ruotarlo soprattutto se abbiamo una sola mano a disposizione, anche l'autoritratto o come si chiama ora selfie è agevolato dalla semplicità. In fondo, pensandoci bene, è ancora una volta il mezzo che si sviluppa secondo le nostre esigenze e non il contrario. Il formato 4:3 si adattava alla nostra visione senza farci muovere il testone da una parte all'altra dello schermo, il formato verticale ci dà modo di accendere uno smartphone far partire la telecamera e riprendere tutto usando una sola mano, tutto molto più naturale del decantato inutile e ipertrofico 3d che ci costringe ad inforcare lenti su lenti, a perdere luminosità e costringere il cervello ad un lavoraccio tutto in nome del coinvolgimento che se non sei a tuo agio non avrai mai.

Il cinema verticale quindi perché siamo più lunghi che larghi? Oppure perché una strada la vediamo più in profondità che in larghezza? O un grattacielo è più bello ripreso dal basso fino alla cima? Con la fotografia non abbiamo mai avuto dubbi abbiamo girato e rigirato mille volte la camera per fare la foto che ci piaceva di più perché non farlo con la videocamera???

La pensano così quelli del movimento CINEMA VERTICALE, https://verticalcinema.org/, che raccoglie e proietta solo questo tipo di formato, o quelli di Snapchat, che addirittura hanno dato vita ad un film corale, un horror, https://www.glisbandati.com/2016/05/06/il-trailer-di-sickhouse-il-primo-horror-girato-con-snapchat, SICKHOUSE, un horror, combinando insieme, social, cinema e utenza, alla faccia di chi dice che i social fanno male.

Il cinema verticale è economico e immediato da realizzare, è popolare e democratico, nessuno si scandalizzi, d'altronde Brian De Palma ha più volte diviso lo schermo in due o tre parti facendo di fatto cinema verticale.

Non esistono regole, o forse esistono per infrangerle oppure esistono in certi momenti ed altri no.

Abbiamo punti e virgole per scrivere una lettera al condominio, ma li usiamo come vogliamo per scrivere una poesia, nella videografia esiste il linguaggio del telegiornale e quello di Stanley Kubrick.

Ognuno usi il suo linguaggio e vediamo cosa ne viene fuori, sempre che meglio che fare i pensierini.

Un libro film: Cara Irene.

di Barbara Napolitano

Quando qualcosa di veramente potente e fuori controllo riesce a sterminare interi popoli, sia esso un fenomeno naturale, la follia di altri uomini, la ferocia del progresso, ritengo sia dovere di chi sopravvive raccogliere le testimonianze di quelli che non ci sono più. Non solo per la memoria, non solo per rispetto dell'identità umana, non perché originale, meritevole, giusto, ma solo per il diritto alla trasmissione. Per il diritto che ciascuno dovrebbe avere di dire pacatamente la sua. Per affermare il principio che nessuno va ridotto al silenzio. L'obbligo del silenzio è una condanna maggiore della schiavitù. E quanto ha gridato il silenzio della Némirovsky mentre cercava di sopravvivere alla certezza che il nazismo l'avrebbe uccisa! A proposito della sua opera omnia, divenuta pure nel 2014 un film "Suite francese", scrisse:

« Il libro in sé deve dare l'impressione di essere semplicemente un episodio... com'è in realtà la nostra epoca, e indubbiamente tutte le epoche. La forma, dunque... ma dovrei dire piuttosto il ritmo: il ritmo in senso cinematografico... collegamenti delle parti fra loro. Tempête, Dolce, dolcezza e tragedia. Captivité? Qualcosa di smorzato, di soffocato, il più possibile cattivo. Dopo non so. L'importante - i rapporti fra le diverse parti dell'opera. Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall'altra dell'armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile.»

Appunti di IRÈNE NÉMIROVSKY sullo stato della Francia e sul suo progetto Suite française tratti dal suo diario.

La Némirovsky è autrice di uno stupendo racconto "Film parlato" che più che essere ispirato alla tecnica cinematografica è esso stesso un film. Vedi chiaramente tutto quello che descrive perché è una sceneggiatura, un racconto a tagli cinematografici, a quadri, a inquadrature. C'è la descrizione di ogni singolo frammento di luce così come la voleva, con una decisione che spesso manca anche ai registi più esperti. Vedeva il film già montato.

"Tutti i racconti di Film parlato contengono elementi autobiografici facilmente individuabili. In ognuno di essi, la Némirovsky ribadisce che il corso delle cose non può essere dominato dall'uomo, completamente impotente di fronte ai propri desideri. Non c'è niente che si possa fare contro la forza del destino, così come non c'è lezione che i figli possano imparare dai padri. La vita è un percorso di dolore e contrasti, pieno di errori e maglie saltate, sogni calpestati, feroci delusioni. Così è la vita, una lezione che si impara fin da bambini. Questa è la vita, nuda e cruda, che la Némirovsky vuole raccontare. Niente abbellimenti, nessuna pietà."

Irène Némirovsky -Film parlato e altri racconti
dall'introduzione di Marina Di Leo, Edizioni Adelphi 2013

D'altra parte Irene Némirovsky il cinema lo conosceva bene. Sapete che è lei l'autrice del soggetto del primo film sonoro "David Golder"?, film proiettato al Nuovo Cinema Gaumont il 6 marzo del 1931, firmato come regista da Julien Duvivier. Il primo film SONORO! Duvivier fu allievo di André Antoine, praticamente uno dei padri del teatro francese, fondatore del Théâtre Libre nel 1887, quello che ha praticamente messo in scena Zolà, e che ha diretto diversi film muti. Come si diceva Duvivier fu un suo degno allievo.(1) Ma mi diverte ricordare qui Julien Duvivier soprattutto per essere stato il regista di "Don Camillo" (1952) e "Il ritorno di Don Camillo" (1953) gli indimenticati Gino Cervi e Fernandel (grazie soprattutto a Rete4 oltre che all'indubbia bravura di regista e attori).

"David Golder" è un romanzo spietato, durissimo. Descrive la dominazione del denaro sulla vita, attraverso la fortuna di uno straccivendolo ebreo divenuto industriale facoltoso. La mancanza di pietà nei confronti delle scelte scellerate che il denaro obbliga a compiere in suo nome, sono il vero soggetto del testo. La lucidità della descrizione della Némirovsky ha portato al successo il romanzo, da lei stessa ritenuto un romanzetto, purtroppo anche molto criticato da parte dei francesi israeliti che lo dipinsero come fortemente antisemita. Una beffa considerato pure il suo destino: non avrebbe mai ottenuto la cittadinanza francese, nonostante la sua formazione praticamente tutta nelle migliori scuole francesi, è morta di tisi ad Auschwitz dove fu deportata nel 1942. D'altra parte la stessa Irene nel 1935 aveva affermato nel corso di un'intervista che se Hitler fosse già stato al potere avrebbe molto ammorbidito il personaggio di David Golder. Ma è da ammirare perché il suo etnocentrismo fortemente critico le fece anche aggiungere che farlo sarebbe stata una debolezza indegna di un vero scrittore. Sulla scia del successo di pubblico e anche di critica del film, comunque, la Némirovsky scrisse diverse sceneggiature che non furono mai acquistate né prodotte, perché nel frattempo il mondo che le aveva fatto passare a stento per l'epoca di essere una donna, aveva scoperto pure che era decisamente ebrea. Per quanto mi riguarda ritengo la scrittura di questa autrice efficace: riesce a imporre subito l'idea che la vita degli individui è completamente nelle mani del destino. Non c'è un'idea drammaturgica oggi che mi conquisti più di questa. Ma credo che questo sia un limite mio, presa come sono nell'inseguire ciò che mi accade.

  • In nove anni mise in scena 124 nuove commedie e 114 autori di cui 69 all'esordio, tra i quali ricordiamo: Charles Baudelaire, Georges Courteline, Guy De Maupassant, Marcel Prevost, Émile Zola, August Strindberg.

Il cinema di Albano e Romina

di Nicola Guarino

  • Analizzare i percorsi del cinema e a volte scavare nella memoria delle proprie visioni giovanili porta al ricordo dei nostri peggiori incubi cinematografici. Allora si fa la conta di quanto cinema di De Sica uno abbia visto, quanto di Monicelli, quanti film di Fellini, quanti di Antonioni, quanti film di Totò e si arriva schiantandosi come un treno in corsa alla materializzazione dell' orrido, i film di Albano E Romina. La televisione di inizio anni '80 ci ha rovinato. I film di Albano e Romina imperversavano sulle reti private e anche se oggi sono oggetti sconosciuti noi tutti quarantenni conosciamo le vicende Carlo Carrera e Lorena Vivaldi. NEL SOLE è il principio assoluto. Il momento ZERO, la nascita del più grande fenomeno di costume italiano , Albano e Romina. Le vicende di un ragazzo di campagna, Albano , che fa il cameriere e lo studente, che si finge ricco per conquistare il cuore dell'altolocata Lorena, Romina. Il processo di crescita di Albano sarà lungo e tortuoso . Il loro cinema è familiare, semplice, songnate. E' la trasposizione della favola innocua in un mondo nuovo, quello del boom economico del 1970. E c'è ogni elemento di questo passaggio, di quell'attualità. Albano è un ragazzo di campagna che studierà e diventerà dottore ingegnere, scalerà la società buona, perché rinuncerà a fare il toy boy di una giovane donna ricca ma molto impegnata "altrove" per rifugiare in una ugualmente ricca ma casta, onesta. Nel frattempo, i suoi amici, Franco e Ciccio, passeranno dal misero impiego di autisti al commercio e all'imprenditoria aprendo un negozio di alimentari, stessa cosa farà l'anziano Taranto che passerà dall'insegnamento alla rivendita di televisori. Si preparava l'Italia del domani. Tv e cibo in abbondanza. La cultura classica, l'insegnante e il lavoro "sporco" cioè la manovalanza, diventavano piccola borghesia autonoma e consumista che faceva consumare. Preparava il terreno ad una buona borghesia composta dal ragazzo di paese evoluto in dottore e la ragazza di ottima famiglia pronta a fare da sposa. Certo non sarebbero mancati, inganni e tradimenti, ma insieme al reddito pro capite faceva un balzo avanti anche l'ipocrisia diventando appannaggio delle nuove classi sociali. Il cinema di Albano e Romina, innocuo e perfetto invece ci preparava al disastro futuro. I due sembravano una coppia altrove nello spazio e nel tempo. Ci vengono riproposti in un film in costume in cui Albano interpreta un improbabile Schubert e nel 1984, ci riprovano viaggiando in un futuro che li immagina vecchi che raccontano la loro storia d'amore ai piccoli nipoti. Ebbero a che fare in quel periodo anche con una sorta di doppelganger di se stessi. Albano, passava dal buon ragazzo di campagna a dirigere miniere d'oro in Kenia e senza scrupoli, Romina faceva di più, dato che la sua sincera Lorena si trasformava di notte nell'inquietante serva del marchese de Sade in un film di Jesus Franco.

    Alla fine i due si innamorarono davvero , e grazie ad una sorta di porta interdimensionale , il cinema si trasformò in realtà e il ragazzo pugliese sposerà davvero la ragazza ricca. Solo ricca però, perché la famiglia di Romina era alquanto scombinata. Come sia andata a finire lo sanno tutti. Quanto il loro amore abbia prodotto in denaro e quanto quell'illusione creata da un qualche mago davvero molto bravo abbia suggestionato milioni di italiani, anche questo ora lo sanno in tanti. Ma a pensarci bene forse anche loro erano parte di un'illusione più grande che ci ha ingannato tutti. In fondo gli uomini hanno bisogno di illusioni : " come aria che respira" (w.a) 

GEMINUS INTER PARES: 2 a 0

di Barbara Napolitano

Siamo appena nel 1967 quando la Rai comincia la produzione di un film che inaugura gli inizi di una narrazione cinematografica proposta dalla televisione. L'occasione è stata fornita dalla produzione, appunto, di una di quelle che oggi chiameremo fiction televisive (non cito la prima vera produzione "Odissea" che comunque aveva un soggetto storico più vicino agli sceneggiati come impostazione, che alle contemporanee fiction): si tratta di "Geminus" con Walter Chiari e Alida Chelli, diretto da Luciano Emmer.

Il giornalista Vittorio Bonicelli che ne scrive per il Tv Radio Corriere dell'ottobre del 1967 lo definisce nientepopodimenoche un "teleromanzo-giallo-sentimental-satirico" ideato/diretto e prodotto da Luciano Emmer. Troppa grazia per un uomo solo se non si fosse trattato dello stesso regista che aveva inventato la sigla di Carosello, tanto per citare uno solo dei suoi innumerevoli contributi al mondo della pubblicità e del cinema, della televisione e del documentario artistico. Quella sigla, la sola e l'unica, che tutti ricorderemo sempre, fatta di sipari cartonati che si svelano uno dietro l'altro.

Geminus dunque è un po' il papà degli attuali Don Matteo, con i dovuti distinguo.

Si tratta della storia di un fotografo, Alberto Piergiorgi, interpretato da Walter Chiari conteso tra due bellezze: una cantante beat (Alida Chelli) ed una affasciante straniera (Ira Furstenberg), rimasto invischiato in una storia di misteri e delitti nella Roma sotterranea.

"Geminus è il titolo di uno sceneggiato in 6 puntate, mandato in onda dalla RAI sul Secondo Programma dal 15 agosto al 17 settembre 1969, con la regia di Luciano Emmer e la sceneggiatura di Francesco Milizia ed Enrico Roda. Caratteristica della serie è l'affascinante ambientazione nei sotterranei di Roma, pare in concomitanza con alcuni lavori nel sottosuolo, rimaneggiamenti urbanistici che alla fine degli anni sessanta investirono il centro storico della capitale per la costruzione di numerosi sottopassi. E' in questi paesaggi sotterranei di Roma, che il protagonista si aggira talvolta inseguito altre inseguitore, per riemergere nei posti più strani, dal Colosseo all'uscita in tenuta da sub nientemeno che nella vasca circondata di turisti della fontana di Trevi! Il titolo dice tutto: Geminus, ovvero Giano il Dio bifronte - custode di ogni forma di passaggio e mutamento, protettore di tutto ciò che riguardava un inizio ed una fine - protettore delle porte della città di Roma e sarà questa a essere minacciata durante l'evolversi della storia; al nostro insospettabile eroe il compito di salvarla insieme al prezioso busto marmoreo."

https://www.youtube.com/watch?v=fim2Z-zhqKE

Chiaramente gli ingredienti per destare l'attenzione sulla serie, composta di sei ore di film, ci sono tutti. Primo tra tutti la presenza della principessa Furstenberg che, come ogni membro di famiglia reale, promette scandali già solo per la sua presenza sul set. Ed effettivamente arriva in ritardo, non raggiungendo il set il primo giorno e costringendo la Valli ad interpretare la scena in cui si affrontavano per contendersi le attenzioni di Chiari con una "effige". Ma Dino de Laurentis che ha curato la trattativa per averla nel cast, si dice fiducioso più di quanto non lo sia stato con Soraya, altro tentativo di introdurre altezze reali nel mondo dei film. Altro intoppo singolare è la caduta di Walter Chiari da un cornicione del Colosseo durante una scena d'azione, certo l'altezza non era da brivido, ma il colpo alla testa c'è stato, eccome e lo costringe a giorni di riposo. Ma l'attenzione è tutta per Emmer, in realtà, poiché il regista aveva lasciato in un momento di grande successo la propria carriera di artista cinematografico per non si capisce bene quale motivo, ed anzi qualcuno afferma crudelmente che ha preferito lasciare il successo di "Ragazze di Spagna" per dedicarsi alle saponette. Fatto sta che Emmer riesce a tradurre perfettamente in chiave ironica ed efficace, con quel pizzico di brivido che non guasta, le avventure di questo James Bond nostrano, non troppo agente segreto, ma sicuramente di una certa raffinatezza estetica ed etica. D'altra parte Chiari è in splendida forma, botta in testa a parte, si fa per dire.

In Italia, però, e tutti quelli che hanno la leggerezza come oggetto e obiettivo lo sanno bene, se non hai derive psico-drammatico-psicologiche non sei nessuno. Dunque qualche malignetto non può fare a meno che considerare questo lavoro come una sorta di "Blow up" dei poveri. Perché NON DIMENTICATELO MAI ogni volta che la televisione ha alzato la testa, qualche cinematografaro gliel'ha rificcata nel sacco a suon di calcioni. Meno male per lei che poi è arrivato Netflix.

IL BIANCO E NERO

di Nicola Guarino


Il cinema, ancora questa cosa. Il cinema nasce come documentaristico, principalmente e non ha ambizioni commerciali. In fondo è solo una macchina meccanica stupefacente. alle origini. E quindi all'inizio è improvvisato e naif, sperimentale, un gioco forse un 'arte. Poi arriva Melies e il cinema diventa un racconta storie fantastiche, Melies non ne snatura affatto l'arte infatti usa e inventa numerosi trucchi illusori. Ma poi arriva il commercio, i soldi, e i soldi corrompono. Il cinema diventa soprattutto per chi non sa leggere il nuovo romanzo popolare e quindi ora il cinema è a soggetto. Nasce in Bianco e nero il cinema, pochi sanno che era possibile usare il colore già nel 1902 e più o meno anche sincronizzare l'audio. Ma il cinema non ne aveva bisogo. in fondo il muto prmetteva commenti ad alta voce in sala, una certa partecipazione alla vicenda, una critica...ma il cinema affronta subito una crisi per cui prima il sonoro e poi colore e successivamente il cinemascope e poi anche sale più grandi e comode, audio a seimila canali e oltre e ulteriori implentazioni sensoriali, tutto questo ha sempre rappresentato più che una giusta sperimentazione del mezzo tecnico , un nuovo effetto speciale da vendere al pubblico. il cinema quindi ci mette le parole e le tinte e quindi si fa sempre meno fatica per inventare una macchina narrativa ed espressiva in quanto tutto si può colmare con il caleidoscopio degli effetti. Poi ogni tanto, ma solo ogni tanto, ci si accorge che l'origine di questa forma d'arte non è mai stata dimentica, mai stata messa da parte coem a dire che si oggi potrai anche disegnare con l'ipad e sull'ipad ma qualcuno usa ancora il pennello come ottocento anni fa. il secolo breve, ha troppo spesso e più volte bruciato il cinema, ma il cinema è sempre risorto dalle sue ceneri, come una banale araba fenice, si ripropone. Il bianco e nero ne è la prova. Non credo che si giri oggi in bianco e nero perché è vintage, perché siamo nostalgici perché ricorda qualcosa, perché " era meglio una volta". No. Credo invece che una strisciante ma presente coscienza continua in qualche modo a ricordarci i primordi, non del cinema ma dell'uomo. Un pensiero latente e costante ci mette di fronte a di un aspetto dell'essere ummano che nonostante gli sforzi di molti di sopirlo, e nonostante qualcuno ci sia riuscendo, continua a resistere e sopravvivere. La creatività. Tutto ciò ch enon vediamo che non sentiamo lo immaginiamo. Così un treno per un bambino diventa un'astronave, una scopa invece il cavallo di Zorro, la vasca da bagno il mediterraneo e il giardino il vecchio west. Nei film muti e in bianco e nero, c'era lo spunto, il resto era nella mente dello spettatore, il suono degli oggetti, la voce, i colori degli abiti e il cinema diventava un ricordo indelebile. Oggi pochi conoscono i nomi degli attori, dei registi, ricordano a stento i titoli dei film, nonostante si vada al cinema solo una volta a settimana mentre si calcola che negli anni '20 le persone vedessero centinaia di film all'anno. Chi, malgrado tutto, non fa cinema di intrattenmento ma tenta con difficoltà di esprimersi deve scegliere cosa fare per evitare il paragone con il nuovo film super 3d super stereo e proiettato in 4k. Deve far accettare un piccolo cinema con ancora la sedia di legno. deve fare qualcosa. Allora, si prova, si tenta, a stimolare non gli occhi, non le orecchie, non il naso, non la pelle ma la coscienza, il ricordo , l'immaginazione, il futuro. Concentratevi, ricordate qualcosa della vostra infanzia, vi accorgerete che è tutto in bianco e nero, che i colori se ci sono sono pochi sfumati e più che i colori ricordiamo le forme e le idee, le sensazioni. Immaginate il futuro, non esiste, non lo conoscete, e un bianco e nero da cui ancora devono venire fuori le sagome, da cui devono emergere ancora le cose, come saranno, come vorremo che fossero. il colore è solo una riflessione della luce, il nero e il bianco a turno invece ci fanno come toccare le idee. Ecco perché c'è chi fa cinema ancora in bianco e nero.perché c'è differenza tra chi vuole prendere una cosa subito e chi invece la vuole lasciare 

I canali giusti

di Barbara Napolitano

Quando si decide che la propria vocazione artistica ci destina a grandi successi, oltre a concentrarsi sulla ricerca del talento particolare di cui si è portatori sani, bisogna cominciare a darsi da fare per una ricerca ancora più impegnativa: quella dei canali giusti. Questo per evitare che il proprio pubblico sia tristemente composto un anno dopo l'altro, da amici e parenti, e poi di volta in volta ancora solamente più amici degli amici e parenti dei parenti. Insomma uno ha veramente successo solo quando trova qualcuno che, oltre a mettere i soldi nella produzione, li mette pure nella distribuzione, oltre a farti fare l'opera, porta gente a vederla.

Vecchie glorie del cinema e della televisione insorgeranno proclamando che "al talento e solamente al loro talento" debbono il successo ottenuto. Ma non è così. Non perché si voglia cavalcare l'altrettanto abusata narrazione dei favori sessuali, quanto perché non c'è niente di più facile che si diventi "soci" tra attori e registi, che si rinsaldino amicizie nel tempo ed allora come le coppie Sorrentino/Servillo, Guarino/Adinolfi, Sandra e Raimondo ci sia la tendenza sempre a lavorare "tra loro" e che ci si costruisca e si giovi di un pubblico portato nella sale dalla pubblicità e dalla voce che gira nei posti "GIUSTI". Allo stesso modo il noto aiuto regista Zeffirelli otterrà il successo ed il posto nel mondo anche grazie ai consigli del regista Visconti... fin lì servito. E via così. A popolare la cerchia dei consigliatori, poi, una volta erano non solo i politicanti, ma pure gli scrittori, i giornalisti, gli opinion leader, i critici... insomma i "canali giusti" servono. Anche in presenza di uno smisurato talento. Potrete combattere queste parole, ma restano (ahinoi) i tristi fatti. Allo stesso modo i talenti vengono letteralmente bruciati da quello con i canali giusti, se si convince che non siete "all'altezza" di fama e successo... quante volte poi avrete sentito la storia degli stenti che trasformano sconosciuti camerieri in stelle di Hollywood... e bla bla bla. Ebbene la storia fa presto a dimenticare i nomi di quelli che fanno il bello a cattivo tempo ... così per caso mi sono imbattuta in un tizio che pare la storia l'abbia fatta davvero. Signori quest'uomo è presentato come lo scopritore di Frank Sinatra, e sembra che raccolse pure in "un rigagnolo" di Broadway Bing Crosby, ovvero le due voci maschili più famose di Hollywood.

Signore e signori: Irving Hoffman!

Era giornalista per "The Hollywood Reporter", un giornaletto di neanche tanta fama, per il quale Hoffman tiene una rubrica "Tales of Hoffman" (I racconti di Hoffman), in cui si diverte a fare il bello ed il cattivo tempo sull'universo teatrale ed editoriale di Hollywood. Tutto quello che lui riteneva meritevole di successo lo otteneva e viceversa. Di una commedia aveva scritto che non c'era nulla di riprovevole nel terzo atto, dal momento che, aggiunse "Me ne sono andato a metà del secondo".

"Di un'attrice esordiente diede il seguente giudizio <<Il meglio che posso dire di lei è che ha saltato alcune battute: e ciò mi è sembrata un'ottima idea>>. Friederich March, Bette Davis, Miriam Hopkins, David Selznick si ammalarono di fegato per le sue critiche. (...) Shirley Temple, Judy Garland, Edward Robinson, Orson Welles, Miriam Hopkins, Walter Pidgeon, Virginia Mayo, Barbara Stanwyck, James Cagney, Doris Day, Van Johnson e tanti altri debbono in gran parte a Hoffman l'avvio della loro carriera. Hoffman impose a Hollywood Claudette Colbert quando, ..., le porte del cinema si aprirono agli attori di teatro. Hoffman scoprì Lizabeth Scott in un night-club, Laureen Bacall nella casa di mode sottostante il suo ufficio, Burt Lancaster in un ruolo secondario sul palcoscenico di un teatrino di Brodway."

Arturo Lusini corrispondente per Oggi in America.

Era un genio, una canaglia, un uomo giusto, un idiota, un benefattore? Non lo sapremo mai. Perché la verità sull'arte, soprattutto in questo capo finisce con l'essere un giudizio soggettivo. Se un soggetto "vende", avrà successo.

Pensate che questo talent scout fu autore pure di una sponsorizzazione della Ginona nazionale, la Lollo, per una sua ascesa nel pianeta del cinema americano. Aveva infatti visto la Lollobrigida in un suo film e ne aveva cantato l'elogio. A partire da questi complimenti il produttore Howard Hughes invitò la Lollobrigida in America, del progetto nel merito non si fece nulla, ma l'attrice ottenne la popolarità negli Stati Uniti semplicemente perché il giornalista si era occupato di lei.

Sappiamo bene quanto imbattersi nei canali giusti sia importante per la popolarità. Molti fanno dei mancati incontri il motivo della loro mancata carriera. Allo stesso modo spesso abbiamo la possibilità di vedere gentaglia calcare immeritatamente le scene solamente perché qualcuno si è invaghito di "nonsisabeneche". Sono tanti gli artisti che restano sulla porta della popolarità perché non hanno la fortuna di incontrare un Irving Hoffman, così come tanti che davvero meritano, hanno pure la fortuna di farcela.

Mi sento di dire a tutti che la forza, anche da artisti, si può fare solamente prestandosi pure a essere spettatori. Solamente continuando a frequentare quei posti, a volte davvero piccoli, dove si ha la possibilità di vedere qualcuno davvero bravo. Come è successo a me, guardando Carla Guardascione

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Broccoli al cinema

Quando l'ortofrutta produce i servizi segreti

di Barbara Napolitano

Persino la principessa Anna d'Inghilterra si presentò l'8 luglio del 1977 ad una serata in onore de "La Spia che mi amava", protagonista l'affascinante Roger Moore/James Bond. Ad oggi è tra i film che hanno sbancato il botteghino inglese. Qui la diatriba tra quelle che amano Connery e quelle che gli preferiscono Moore si faceva aspra, almeno fino a quando non è arrivato Pierce Brosnam a metterle d'accordo tutte quante. Devo dire che sebbene fosse divertente fare incavolare mia madre, che era letteralmente persa nello sguardo di Connery, anche io avevo finito per preferirlo a Moore, dopo che questi aveva dichiarato che il suo segreto per far innamorare le donne consisteva nel lavarsi poco...

La serie di lungometraggi dedicata all'eroe di Ian Fleming oramai è giunta a quota 24 e sebbene siano cambiati, e tanto, i soggetti i produttori invece restano della stessa famiglia: i Broccoli, che poi tanto non dovevano esserlo. Basti pensare che il patriarca Albert, del quale vi risparmiamo l'intera storia, ma potete ben immaginarla, era il solito genio con antenati italiani che parte dall'ortofrutta e diventa milionario americano/britannico con semplici "Intuizioni". Costruisce poi un impero che lascia in eredità ai nipoti che oggi scelgono se funzioni più Brosnam o Craig: decisione che spetta a Barbara Broccoli.

https://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/broccoli-che-valgono-miliardi-unica-vera-bond-girl-barbara-broccoli-113032.htm

Torniamo al 1977.

Per "La spia che mi amava", in particolare Fleming aveva espresso prima della sua morte il desiderio di discostarsi completamente dal fulcro della storia da lui scritta che prevedeva, tra l'altro l'ingresso in scena di Bond solo a pagina 90, e di conservare solamente il titolo e poco altro. Albert Broccoli non vide problemi ad accontentare lo scrittore e la stesura della sceneggiatura si protrasse per due anni.

La storia che vede protagonista la sparizione di sottomarini nucleari si svolge in pieno Mediterraneo. Il buon Roger/James è affiancato da una collega mozzafiato: il maggiore Anya Amasova/agente Tripla X interpretata da una strepitosa Barbara Bach. Talmente strepitosa che il suo nome in codice, Tripla X, fa riferimento ai film porno che in genere venivano indicati con XXX, una tripla X appunto. Il film, diretto da Lewis Gilbert, è stato girato tra Egitto, Sardegna, Caraibi, nella base sottomarina di Clyde a Faslane (nientepopodimenoche), in Scozia e a bordo di una petroliera nel golfo di Biscaglia. Ma non finisce qui: le riprese subacquee sono state effettuate alle Bahamas e per gli interni è stato costruito a Pinewood in Gran Bretagna il più grande teatro (nel 1977) di posa del mondo.

"La costruzione del nuovo teatro di posa negli Studi di Pinewood è stata finanziata dalla produzione. È lungo circa 102 metri, largo 49, alto 15, con una grande cisterna che si estende dall'interno per altri 15 metri, per cui il teatro è praticamente lungo 118 metri. In questo teatro è stato riprodotto l'interno di una superpetroliera, con delle enormi porte frontali che si aprono sul mare, contenente tre sottomarini nucleari quasi a grandezza naturale, uno russo, un Polaris inglese, ed uno americano, del tipo impiegato per la caccia ai sommergibili". A me pare quasi di vedere l'ottimo giornalista di "Cinema in casa" balbettare per l'emozione mentre elenca la grandiosità produttiva di quello che, non dimentichiamolo, resta ancor oggi un titolo seguito alla sua prima televisiva, il 28 marzo del 1982, da 22 milioni e 90000 spettatori, quinto ascolto televisivo di sempre in Gran Bretagna.

Gli Studi Pinewood sono stati teatro frequente dei film di Bond, al punto di essere chiamati proprio Studi Bond, ed in particolare per questo film furono completamente distrutti da un incendio scoppiato sul set. Come nel 2006 per "Casino Royale". Per citare una delle più importanti produzioni degli ultimi anni, basti ricordare l'episodio di "Star Wars: Il risveglio della Forza", girato qui.

Nonostante le cifre roboanti e la nomination all'Oscar 1978 come migliore scenografia (Ken Adam), migliore colonna sonora (Marvin Hamlisch) e migliore canzone (Nobody Does It Better di Carly Simon) "La spia che mi amava" non ne vinse nessuno.

A me Bond, e lo dico con tutta l'umiltà possibile, mi ha sempre innervosito un po'. I motivi sono svariati: in cima resta lo stesso per il quale mi innervosisce Barbie. Cioè ha un mondo a sua disposizione: la casa di Barbie, la macchina di Barbie, il cane di Barbie e potrei continuare fino all'arrivo della neuro. Stesso dicasi di Bond: in particolare la bond-girl! Lo so: sono fuori moda, oramai bisogna combattere per i diritti degli omossessuali, quelli delle donne sono passati in predicato... e questa di un Bond omo non sarebbe male, tanto lo stesso Fleming non mi pare che sia stato così integerrimo nel seguire le sue indicazioni letterarie. Ma stiamo divagando. L'altro motivo fondamentale è che riesce sempre a farcela all'ultimo momento. Mi rendo conto perfettamente che il pubblico altrimenti uscirebbe un quarto d'ora prima della fine del film, ma questa cosa mi innervosisce. Come il protrarsi senza fine degli inseguimenti nei film americani. Forse perché insisto a cercare nel buio della sala un po' di me e della mia vita e mi capita così raramente di farcela sul filo del rasoio... dipende sempre tutto da anni di lavoro e di preparazione, da prove infinite e quando è possibile dal ricorso alla postproduzione. Mi piacerebbe tanto un film di Bond "in diretta", facendo rischiare per una volta, rimanendo ai giorni nostri, all'ottimo Craig di mancare una presa al volo dell'auto con furfante in corsa. Lo so, starete pensando che non è possibile: ma perché cosa in quei film lo è?

Totò e i valori di una volta

di Nicola Guarino

Totò e Carolina, 1955, è il film che ha subìto più censura e più tagli nel cinema italiano, il film di cui ci si è preoccupati tantissimo della moralità, già la moralità, i valori. I cari valori di una volta di cui tutti oggi si riempiono la bocca. I valori di una volta che ora non ci sono più e che secondo molti, soprattutto i giovani che non erano ancora nati , incarnavano i valori assoluti di un mondo perfetto che oggi è perduto.E allora vediamoli attraverso questo film i valori moralmente indiscutibili dell'Italia del 1950. Non ci soffermeremo sui tagli e le censure, il film è stato riportato ad una forma quasi originale nel 1999, ma già immaginare un film riscritto, tagliato e ridoppiato ci fa molto pensare a quale valore di libertà di espressione ci fosse.Carolina, nel film , è una cameriera che viene presa durante una retata di prostitute a Villa Borghese , dall'agente Carcavallo che la scambia per una peripatetica, mentre Carolina era lì per suicidarsi. Quindi , una volta una donna non poteva stare nei pressi di un posto frequentato da prostitute perché diventava prostituta. In realtà non poteva stare da sola in strada. A Carolina, chiarito l'equivoco, viene comunque dato un foglio di via per rientrare nel suo paese di origine in Veneto, ad accompagnarla sarà proprio l'agente Carcavallo.Arrivati al paese, ci si rivolge al parroco che conosce Carolina da bambina. Il parroco scopre che Carolina è incinta di un ragazzo che poi è svanito nel nulla, questa la sua grande colpa, essere una ragazza madre, tanto una colpa da dover suicidarsi. Viene chiamata la famiglia di origine che la ritiene una svergognata, anche quando Carolina rivela che l'avvocato di mezza età e irreprensibile capofamiglia più volte aveva tentato di sedurre la ragazza, chiaramente la stessa moglie dell'avvocato pur di difendere l'apparenza l'accusa di diffamazione.Beh, i valori di una volta.La ragazza allora viene portata da un buon cristiano, lo zio, che ha già accolto un piccolo cugino orfano. e infatti è proprio al piccolo cugino orfano che il buon cristiano dello zio, come lo chiama il parroco, da botte e calci per invogliarlo al lavoro. Bene, i bei valori di una volta. All'agente Carcavallo non resta che portarla indietro. Lungo il viaggio di ritorno , l'agente arresta un piccolo ladruncolo che fa amicizia con Carolina. Carolina, a cui il ragazzo sembra simpatico e belloccio, si propone come fidanzata, dicendo che nella sua condizione di miserabile e ragazza madre non può aspirare a molto di più che ad un farabutto. Il ragazzo chiaramente si squaglia. Alla fine, l'agente Carcavallo, sarà l'unico a tenersi la ragazza.Il commissario lo aveva detto che un fesso che si accollasse 'sta donna senza terra si trovava e infatti il fesso si trova. Avevo dimenticato di dire che il fesso, la porta a casa sua, perché in quanto vedovo, con un padre anziano e un figlio piccolo, "una donna in casa serve sempre"come una lavatrice aggiungo io.Che bei valori , una volta, quelli che consideravano una giovane donna madre, una prostituta, una donna ormai improponibile e che al massimo doveva elemosinare una dignitosa posizione come cameriera alla pari. Che bei valori, quelli delle famiglie integerrimme nella loro ipocrisia, dei preti che non prendono posizione, della violenza domestica, e aggiungiamo della pubblica morale che portò questo piccolo film magistralmente scritto da Flaiano e Sonego e diretto da Monicelli, ad essere bersagliato per il suo enorme aspetto realista che tentò di essere minimizzato dall'allora ministro Scelba, che preoccupato della possibile ridicolizzazione delle forze dell'ordine fece mettere all'inizio del film questo cartello:"Il fatto stesso che la vicenda sia vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare.Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell'irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia"cioè, Totò è uno che fa ridere, e i poliziotti non fanno ridere, non sono ignoranti, non possono sbagliare, non possono essere dei disperati, non guadagnano poco, non sono miserabili alla ricerca di uno scatto economico, non si accollano ragazze madri.che bei valori quelli di una volta, quando le persone venivano "educate" tramite i film, quelli in cui una classe politica e una diciamo intellettuale, credeva che un film potesse influenzare le idee e il comportamento della gente, come se la gente fosse biecamente ignorante, qualunquista e colma di menti deboli che facilmente si fanno corrompere da un racconto su un telo o nella nascente tv.Oggi, sessanta anni dopo e tre rivoluzioni industriali, economiche e digitali dopo, nessuno ma dico nessuno potrebbe mai pensare a donne oggetto, a uomini piccolo borghesi senza nerbo e preoccupati solo dello scatto a lavoro, a preti compiacenti e ruffiani, a violentatori di bambini...nessuno potrebbe pensare ad additare un film come cattivo maestro per le masse e i giovani perché è roba di sessanta anni fa, dai chi ci crederebbe oggi se uno gli dicesse, per colpa della fiction "taldeitali tipo gomorra " poi i ragazzi diventano delinquenti ?

Nessuno, non ci crederebbe nessuno.


" Il suicidio non è per noi, il suicidio è roba da ricchi, noi siamo poveri non ce lo possiamo permettere...il suicidio è un lusso" (Toò in Totò e Carolina", frase all'epoca tagliata) 

Le Metamorfosi Totòiane

di Nicola Guarino

C'è un film, IL PIU' GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO, 1952, di Cecil.B. De Mille, un filmone come si diceva all'epoca che raccontava le sorti di un circo e dei suoi protagonisti. Tra i protagonisti c'è il clown Buttons che altri non è che James Stewart che non si può struccare perché ricercato dalla polizia per quello che ancora oggi è un reato, aver aiutato la moglie sofferente a morire. Quindi, cavalli, trapezisti senza rete, elefanti, clowns, donne colore e colore e tanti cameo di molte star tra il pubblico.

C'è in Italia, il peggior film forse di Totò, un pasticcio senza soluzione di continuità, targato Ponti-De Laurentiis, che volendo fare gli americani mettono su IL PIU' COMICO SPETTACOLO DEL MONDO, di fatto la parodia di cui sopra.

Il film è senza ritegno tanto che è ormai del tutto dimenticato ma come si sa a volte le cose riuscite male, molto male, conservano in sé dei significati interessanti e in questo film, nonostante sia il più brutto e insignificante di Totò ci sono aspetti dello stesso che non verranno mai più alla luce in futuro.

IL PIU' COMICO SPETTACOLO DEL MONDO è del 1953, e i produttori, affascinati dalla novità americana del 3d tentano di lanciarlo anche in Italia e come era successo col colore l'esperimento è affidato a Totò, perché Totò fa cassetta. Lo girano con un sistema brevettato da loro, il PODELVISION dalle iniziali di Ponti e De Laurentiis. Il sistema è complesso e in parte vetusto dato che in America la moda del 3d iniziata nel 1951 per rilanciare il cinema che stava perdendo spettatori era già in declino.

Bisognava a girare con due camere affiancate, una per l'occhio destro e una per l'occhio sinistro , proiettare con due proiettori perfettamente sincronizzati , bisogna essere seduti al centro della sala e tutto questo non facilità l'innovazione, infatti il film fu proiettato poche volete in 3d e poi si passò alla distribuzione del formato tradizionale. In più c'era un problema di linguaggio. Come rendere interessante il 3d? muovere le camere all'epoca era molto complicato, quindi gli effetti del 3d si notavano in parte quando ogni tanto un attore lanciava una pallina verso lo macchina da presa, un elefante barriva sempre alla macchina da presa, insomma cose banali che forzavano la trama e mettevano in forte imbarazzo gli attori.

Ma allora cosa c'è di bello nel più brutto e inutile film di Totò?

Semplice, Totò stesso.

In questo film Totò è Tottons, un clown che non si può struccare perché ricercato per lo strangolamento di una livornese e due padovane, il tutto perché alla coscia preferiva il petto, non si parla di donne infatti ma di galline. Quindi un ruba galline si rifugia in un circo e non si strucca per paura di essere arrestato e invece no. Il trucco se lo toglie eccome e in questo film , Totò compie più metamorfosi di quante se ne possano immaginare. Qualcuno obietterà, Totò non era nuovo allo sdoppiamento , alla moltiplicazione di se stesso, e più avanti in Diabolicus interpreterà diversi personaggi, ma qui è diverso. Qui c'è un Totò , un nessuno e un centomila. Appunto metamorfosi e non moltiplicazione.

Il clown Tottons, inizia appunto da clown e porta in giro e in braccio un cane, e qui inizia il viaggio metamorfico di Totò, ad ogni inquadratura Totò ha in braccio un cane diverso , così come cambiano gli "stati" di esistenza di Totò. Totò è prima costretto a struccarsi per diventare un bersaglio vivente del tiro ai barattoli, e qui diventa turco, un TURCO NAPOLETANO (film contemporaneo), ritorna clown per la pista e mentre si esibisce intravede fra il pubblico la mamma. Che altri non è che lo stesso Totò che interpreta una compita signora che si lamenta della mano morta del vicino, sarà l'antenata di Laudomia che vedremo in DIABOLICUS. Nella successione degli eventi , indossa dei baffoni e diventa domatore di leoni in maniera indomita per poi svenire al suolo per la vista di un topolino. Viene portato via come corpo morto, la morte di una marionetta a cui lo spirito ha smesso di dar vita e che trasmigra nel suo personaggio originale, il Totò con la bombetta e il TICT come lo chiama lui, all'inglese, per trovarsi incastrato in una storia di gelosia e sarà costretto a fingersi manichino per non farsi sparare dal marito geloso di turno. Lo sketch è noto. DON GIOVANNINO che Totò aveva fatto in teatro e che ritornerà più volte nella sua carriera cinematografica. Nella prosecuzione della scenetta accade qualcosa di ancora più sorprendente, sfuggito ai primi colpi, Totò si rifugia in alcuni quadri composti da statue di cera, nel primo diventa un Mandarino, nel secondo sanculotto, ma qui succede una di quelle cose che sorprendenti, la statua di cera del sanculotto sembra Totò , è uguale a Totò, ma è una statua di cera vera che si briciola sotto i colpi del marito geloso mentre il vero Totò si è ancora una volta trasformato in un esploratore dell' Africa nera. Totò quindi come corpo plasmabile in grado di cambiare sostanza mantenendo la stessa essenza, una cosa di cui si accorgerà solo Pasolini, ma che a dire il vero era nota sin dagli anni '30 nel Totò teatrale di cui non ci resta nulla ma che a detta delle cronache era astratto e cubista estremamente futurista, molto diverso dal personaggio conservatore e parolaio che vedremo troppe volte in troppi film.

Tottons, viene scoperto ma siccome lo spettacolo deve continuare non è subito arrestato ma mandato in pista ad interpretare uno dei suoi numeri più famosi,.LALLO nella bottega del coiffeur, anche questo più volte ritornante nella sua carriera. Qui Totò, diventa LALLO, aiuto coiffeur e successivamente siccome manca una massaggiatrice ma alla donna del riccone di turno non si può dire di no si trasforma in una massaggiatrice chiaramente imbarazzata ai limiti della sopportazione per un uomo alla visione delle nudità. Questo passaggio era stato uno dei punti più divertenti di Totò nel suo primo film, FERMO CON LE MANI di Gero Zambuto 1937 in cui però è più efficace. Totò ritornato Tottons, alla fine riunisce tutti intorno a se per la preghiera del clown che ringrazio un protettore, non ben definito, per aver dato agli artisti la forza di portare a termine lo spettacolo. La preghiera rientra in quel tratto patetico cui Totò farà sperso ricorso e molte volte criticato e non amato ma guardando oltre le righe si può cogliere comunque la sincerità di una vita appesa al filo della fame.METAMORFOSI dicevamo, e metamorfosi furono. E' vero che le maschere non hanno mai giovato a Totò, troppo personale nel viso per indossare la maschera, proverà Pulcinella in FIGARO QUA' FIGARO LA', ma non sarà memorabile, e anche il trucco di un clown in fondo è una maschera neutra che non gli gioverà mai a lui che era troppo caratterizzato nella normalità. Jerry Lewis aveva tentato la via del clown triste ne I 7 MAGNIFICI JERRY e tornerà clown nel bellissimo ma incompiuto The Day the Clown Cried. Anche Pasolini riprenderà il Totò Clown ne LA TERRA VISTA DALLA LUNA episodio de LE STREGHE, in cui Totò non indosserà alcun trucco tranne una calotta con i capelli ai lati rosso rame e un nome da circo Ciancicato Miao.Ma è anche vero che Totò inizia a teatro nel lontano 1920 a fare Pulcinella, e di sicuro Pulcinella era un suo riferimento, e Pulcinella era già precedentemente trasmigrato grazie alla riforma del suo autore e interprete più grande, Antonio Petito, in altre forme.

 Prima Pulcinella stesso, cambiava più volte personaggio, diventando anche donna, poi era evoluto nella nuova forma di Pascariello, facendo cadere la maschera e assimilandosi alla micro borghesia che verso fine '800 diventava punto di riferimento a Napoli e in Italia , metamorfosi che si compirà con Scarpetta che diventerà Felice Sciosciammocca e successivamente con Eduardo, che toglierà questa volta il nome, gli abiti stereotipati ma non l'anima del piccolo borghese alla gran parte dei suoi personaggi maschili. In fondo chi è Pasquale Lojacono, il cornuto che vede i fantasmi e che spiega come fare il caffè al vicino di casa, se non un Sciosciammocca trasformato dai tempi?

Totò quindi, sin dal teatro, chiede e ottiene la libertà della trasformazione, della metamorfosi, indossando mal volentieri il ruolo di maschera e rivendicando una sua appartenenza ad un altro pianeta, ad un'altra dimensione. In fondo la sua vita chiude il cerchio abbastanza chiaramente.

Inizia burattino imitando De Marco, continua burattino diventando Pinocchio in Volumineide la sua rivista più famosa e riuscita di cui abbiamo un pezzo nel film Totò a colori, col memorabile pinocchio e finisce burattino con Pasolini che lo fa diventare Jago ne CHE COSA SONO LE NUVOLE episodio di CAPRICCIO ALL'ITALIANA. Nato Burattino di carne, vestibile di qualunque cosa e avente qualunque voce, attraversando mille personaggi e cento film e cinquanta anni di carriera . Il suo burattinaio Pasolini, capisce che il mondo è corrotto dall'inganno e che non sarebbe mai più tornata alcuna verità,, ( non bisogna nominarla, perchè appena la nomini, non c'è più ) e lo fa dire al più grande burattino del mondo a cui dopo però non resta che morire, trasportato con gli atri burattini in una discarica di monnezza a guardare il cielo fino alla loro distruzione. Ma lo spirito, no, lo spirito è evoluto spero senza più bisogno di faticose e tristi metamorfosi.


Silenzio per favore!

Il genere a Venezia.

di Barbara  Napolitano

Quando il "Sacro Gra" vinse nel 2013 il festival di Venezia diversi registi diedero i numeri: trovavano infatti scandaloso che un "documentario" (si immagini il termine proclamato con sommo disprezzo) potesse assurgere agli onori del premio. Qualcuno arrivò a dichiarare apertamente la propria solidarietà a quei registi che ancora "muovono" gli attori in scena, tutti quegli altri che si occupano solo di riprendere immagini che possano "emozionare" il pubblico, e per farlo si servono della vita, sono solo dei documentaristi, non hanno creato "arte", testuali parole di un ridente regista di "sinistra" a casa nostra. Il film, diretto da Gianfranco Rosi, racconta tout court la vita che si svolge in prossimità del Grande Raccordo Anulare (a cui deve appunto il titolo) ovvero la parte di autostrada che circonda Roma. Protagonisti: un barelliere, un botanico, un principe, un attore (ma non fa testo perchè è nella parte di se stesso!), un pescatore di anguille, un nobile piemontese, un'intera famiglia di immigrati che ha per figlio un aspirante dj. Il vero protagonista è il raccordo anulare dunque che sovrasta tutti i suoi abitanti. Messe a "collante" delle varie storie una serie di situazioni che ritraggono prostitute, cubiste e persino devoti al culto mariano. La costruzione dell'opera omnia è costata al regista due anni di riprese e otto mesi di montaggio. Dietro il suo lavoro un'idea di città che si ispira a "Le città invisibili di Calvino" che, per chi non lo avesse già fatto, è uno dei libri più belli da leggere, a mio giudizio, di questo autore. Ma è difficile scegliere tra quello che ha scritto il buon Italo. Insomma fatiche ciclopiche a parte: questo è un film? Per la giuria che lo ha accolto, prima ancora che premiarlo, evidentemente sì. Ma almeno se ne fosse stato in un cantuccio l'avrebbero sopportato, ma farlo addirittura vincere!

E quello Rosi che fa????? Ne fa un altro. Fucoammare, 2016. Ma per non urtare la suscettibilità dei registi che muovono gli attori ce ne mette qualcuno dentro, finto eh. Non scherziamo. Infatti il film che racconta la drammatica realtà degli sbarchi a Lampedusa, ha per protagonista Pietro Bartolo, un medico che dirige il poliambulatorio di Lampedusa e da anni è il primo a visitare i migranti che mettono piede sull'isola. Un attore preso dalla strada, insomma. E persino quelli più a nord, che si dice ci guardino con la puzza sotto il naso, gli vanno a consegnare un premio, roba da pazzi. Questo qui, impudente!, va a vincere l'orso d'oro a Berlino. Ma come? Un altro documentario travestito da film!

I generi! I generi! Non esistono più. Per questo film, comunque, trattandosi di argomento "trooooppo di sinistra" nessuno dice nulla, ed il regista può tornare in patria accolto con tutti gli onori, e poi, parliamoci chiaro mica i tedeschi gli davano il premio così... il dubbio poteva esserci a Venezia ma a Berlino!

Pensare che in ambito antropologico viene mossa la stessa critica al contrario: mi spiego meglio. Per poter essere accolto senza che si gridi allo scandalo un film antropologico deve essere realizzato senza l'intervento di attori professionisti e senza che le riprese siano in alcun modo artefatte.

Fin dalla prima metà dell'Ottocento gli antropologi si occupavano di immagazzinare documenti "visivi" che consentissero loro di "mostrare" al mondo le caratteristiche della specie, si pensi alle foto raccolte dallo stesso Darwin, per lo studio delle "emozioni" o quelle fatte da Mantegazza per recensire i tipi umani, ricerche che spinsero alcuni in parti sperdute del mondo, foto per le quali qualcuno perse pure la vita.

Quando i Lumière proiettarono il primo film, 28 dicembre 1895, data che si fa coincidere con la nascita del cinema, Felix-Louis Regnault che studiava i movimenti del corpo umano riprendeva una donna alle prese con la terracotta. Non si pensi che la costruzione di un vaso sia meno interessante drammaturgicamente dell'arrivo di un treno. Ma le motivazioni produttive erano diverse: l'antropologo pretendeva di utilizzare la tecnica cinematografica perché riteva che fosse "neutrale", ovvero che mostrasse senza alcun reinterpretazione la realtà, il regista cinematografico voleva creare una "sua" interpretazione della realtà per costruire un'emozione. Anni sprecati a parlarne. Dalla scelta dell'inquadratura all'uso del sonoro sappiamo tutti che l'oggettività è andata a finire nell'armadio delle vecchie cose. È un concetto che non si tira fuori mai, ora si parla di verità! La partita tra documentario e cinema è tutta in questa parte del centrocampo che annovera oramai: il cinema-verità, il docu-film, la docu-fiction, il real-cinema.

Ben prima di Rosi, la pellicola che non si sapeva dove archiviare apparteneva a Robert Flaherty. Questi è l'incauto uomo a cui si deve il temine stesso di documentario che un critico cinematografico scozzese (John Grierson) usò definendo appunto il "valore documentario" del film di Flaherty, Moana. Non si entusiasmino troppo i maschi italiani, Moana era un giovane samoano protagonista di una pellicola che richiese a Flaherty un soggiorno di due anni nell'isola di Savai'i. Fu la Paramount Pictures (addirittura!) a commissionare tre documentari sui Mari del Sud perché entusiasmati dal Primo Film Etnografico della storia "Nanuk l'eschimese", realizzato dal nostro Robert J. Flaherty.

Nanuk l'eschimese (Nanook of the North: A Story of Life and Love in the Actual Arctic) (Usa 1922, 79', Hd, b/n, did. or. sott. it.) Prima che a Samoa il buon Robert trascorse due anni nel Circolo Polare Artico a seguire l'eschimese Nanuk, la moglie Nyla e i loro figli. La versione integrale è disponibile su youtube. Noterete che il film è dotato di una Colonna Sonora che ne sottolinea i momenti drammatici, e le riprese stesse non possono essere state tutte "naturali", per alcune situazioni è evidente che Nanuk e famiglia ripetono a uso della ripresa le loro azioni. Questa banalità per qualunque regista che voglia quantomeno la possibilità di variare le inquadrature e migliorare gli angoli di vista per il racconto è considerata una "gravissima" mancanza per un antropologo che viene tacciato così di manovrare la realtà! L'intera opera di questo regista racconta del rapporto tra gli uomini ed il loro ambiente vitale. Questa lotta propone un'azione "drammaturgica" di grande effetto che dispone continuamente l'animo di chi la guarda a partecipare emotivamente a quanto accade ai protagonisti.

"Così la scena di caccia al tricheco, la costruzione dell'igloo e la visita alla stazione postale in "Nanook of the North" erano deliberate ricostruzioni di avvenimenti possibili (altrettante quelle ne "L'uomo di Aran"). (...) le vicende quotidiane scandiscono il tempo di questo primo documentario in forma di lungometraggio succedendosi in quadri dove l'animalesco istinto di Flaherty per l'inquadratura rende ogni fotogramma emblematico ed iconico, raffigurazioni che trascendono il mero dato visibile richiamando un oltre non mostrato. Ma al fianco di una naturale propensione il regista lavorò duramente per sviluppare un proprio linguaggio cinematografico. Non soddisfatto, infatti, dalla prima versione della pellicola, che a suo avviso non consentiva allo spettatore di accedere autenticamente al mondo mostrato, organizzò un'ulteriore spedizione nel freddo nord per girare delle sequenze che favorissero l'immedesimazione e l'empatizzazione degli spettatori. Imparando dall'esperienza Flaherty raffinava la sua abilità narrativa strutturando la pellicola come un dramma incalzante e coinvolgente, emotivamente penetrante."Nanuk l'esquimese" si apre con la precisazione che il protagonista Nanuk, due anni dopo il termine delle riprese, in una ulteriore spedizione di caccia morì solo e affamato tra i ghiacci. Un destino tragico incombe sulla pellicola prima ancora che le immagini inizino a scorrere, ancor prima dell'inizio del film lo spettatore non solo è avvisato della spietata natura del nord, ma già assume l'elemento tragico come quintessenziale componente dell'esistenza dei protagonisti."

https://www.ondacinema.it/film/recensione/nanook_north_flaherty.html

Tutto questo racconto solo per dirvi che Rosi è protagonista di un primato a "metà"perchè nel 1934 fu "L'uomo di Aran" di Robert Flaherty a vincere il premio di miglior film straniero nella seconda Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Perfino il nostro cinema "neorealista" gli riconosceva un debito.

Per quanto mi riguarda non mi interessa mettere un film in una categoria, faccio mia l'interpretazione di Troisi ne "Il postino" a proposito della poesia, per me un film appartiene "a chi serve".

Il mio esempio cinematografico in proposito lo dedico ad Arthus-Bertrand che con "Human" ha fatto una straordinaria operazione ed anche lui nel corso di due anni (come vedete tempo ricorrente dal 1934 al 2016) ha posto delle domade alla popolazione mondiale ed è riuscito a raccontare il mondo.

Lascio che a giudicarlo sia un critico cinematografico Alessandro Lanfranchi: "Si tratta di un lavoro prezioso e intenso, che prova a mettere a fuoco i problemi, le sofferenze, le contraddizioni, ma anche le qualità e le potenzialità tutt'oggi inascoltate dell'essere umano. Il film si struttura in una lunga serie di interviste, nelle quali persone provenienti da culture e Paesi differenti (sempre riprese in primo piano e davanti a un drappo nero) rispondono a domande come: "Che cos'è l'amore?", "Cosa significa essere poveri?", "Qual è il senso della tua vita?"

Ciò che emerge è un collage emotivo, esistenziale, in cui nelle rughe, negli occhi, nelle espressioni di ogni donna e uomo si scorge una luce, un significato profondo finora taciuto, che rischiara non solo la vita della persona intervistata ma anche quella dello spettatore. Si tratta di un dialogo vis-à-vis, grazie al quale il tempo dell'altro, dello sconosciuto, del diverso, dell'in-colto si trasforma in un dialogo metafisico che inaugura una relazione non più dominata da logiche di potere e dominio, bensì di prossimità e comunanza."

Il film per me è quello che fa dimenticare di essere mentre lo guardi e lascia qualcosa di più nel "tuo" essere quando è finito.

BACKSTAGE TUTTO STAGE
Il dietro non c'è più 

di Barbara Napolitano


La prima volta che un backstage fu messo in scena con la dignità di un film, ovvero come racconto avente senso "in sé", e non come mostra per appassionati di quello che accade "dietro le quinte", fu per opera della Pathè Brithis, a quanto mi consta. Il film del 1927 si chiama semplicemente "Backstage film" ed il regista fu Phil Goldstone. Si tratta della ripresa di quel che accade in uno spettacolo teatrale durante i cambi scena, con attori macchinisti di scena, addette ai costumi, alle luci, ballerine... insomma cast tecnico ed artistico che si precipita da una parte all'altra, per far funzionare la macchina dell'opera.
Almeno altri due film portano il titolo di "Backstage": uno del 1988, di Jonathan Hardy, è un film australiano con protagonista la cantante americana Laura Branigam (la quale interpreta una cantante appunto che tenta di diventare attrice) ed il titolo si deve al tentativo della suddetta cantante di organizzare una nuova carriera a partire dalle relazioni create "dietro le quinte". L'altro è un film francese del 2005 di Emmanuelle Bercot che parte proprio dal racconto di un backstage. Brevemente la trama: una tenera adolescente, Lucie, adora letteralmente la cantante pop Lauren e riesce a conoscerla per merito della televisione. Insomma una francese Raffaella Carrà le consente attraverso una carrambata, appunto, di fare la conoscenza del suo mito. Il film si dedica a distruggere ogni speranza della ragazzina che una volta approdata dietro le quinte avrà modo di conoscere la sregolatezza e le difficoltà emotive di quella che immaginava una dea ed invece è una "povera Crista". Fine. Una critica del film, scritta su "mymovies" in occasione della sua proiezione fuori concorso a Venezia, così chiude "Ma come vuole la leggenda popolare è sempre meglio evitare di conoscere i nostri miti tanto intimamente perché spesso, certo non è la regola, quello che sui palcoscenici pop rifulge, giù dalle tavole miseramente si spegne. Per cui tra droga, sesso e canzoni che peggio di così soltanto Cremonini, si consuma la vicenda di una star e della sua fan. Una rima non voluta a dimostrazione che proprio tutti possono filmare e cantare. Ops."
Quando si mette in scena un programma televisivo o si prepara la produzione di un film, rientra oggi attualmente nel piano di produzione anche la parte da dedicare al backstage, peccato che non esista più.
La bellezza del dietro le quinte consisteva proprio nel fatto che si trattasse di qualcosa che difficilmente dalla platea potevi immaginare. Il contatto tra gli attori ed il regista, le pose scomposte dei patinati divi fuori scena, le facce in controcampo di macchinisti e truccatori, l'operatore di ripresa di cui vedevi sempre e solo un occhio solo. L'altro occultato dalla loop, peggio del corsaro nero. Persi. Più chic dei loro attori, con più verve delle star oramai si è tutti in scena: sempre. Ma non serve arrivare al cinema. Basta buttare un occhio alle pagine facebook di un truccatore o di un elettricista per trovare foto in posa e non, filmati di lavoro o di riposo, della pausa mensa e della pausa di lavorazione dove se sei uno determinato puoi cogliere anche la trama del film che uscirà.
Quel mistero mi manca un po'.
Mi manca di cogliere un'incazzatura di Fellini o la esasperata cortesia di Pasolini mentre lavora con Totò: (https://www.youtube.com/watch?v=RkeI4HrB9qA)
Totò corre sulla spiaggia verso la macchina da presa, Pasolini lo incalza.
Pasolini: "Un po' più alla tua sinistra ... va beh, (rivolto all'operatore di ripresa) che dici numero uno?..." lasciando intendere che si accontenterebbe di questa prima ripresa, senza ripetere l'azione.
Nel frattempo si avvicina Totò per sapere se la ripresa è buona. Pasolini gli dice che va bene.. ma ha un'aria non proprio soddisfatta, mentre gli attori hanno bisogno di una conferma netta che tutto sia andato per il meglio da parte del regista e per questo Totò gli dice...
Totò: "Più bella la corsa non la so fa... a meno che non è sbagliato a ... girà...". Pasolini che di sensibilità ne ha da vendere gli sorride e gli risponde pronto: "Appunto è quello il pericolo... perciò bisogna farne sempre due.. Però aspetta Totò se non ti senti non importa..."
Ma Totò è già diretto verso la partenza dell'azione.
Il backstage ha mostrato qualcosa di vero, di imperdibile, la ricchezza di sfumature del rapporto tra i due. In questi pochi momenti li ho "visti" come in nessuna intervista avrei potuto mai. Ho goduto della loro interazione, mi sembrava di essere lì.
Raramente nei lavori che raccontano il dietro le quinte oggi assaporo quella verità. Troppo presenti gli operatori in scena, c'è poco di veramente rubato, forse solo qualche espressione qua e là come in quello della "Grande Bellezza" in cui Servillo a mezza bocca si lascia andare a qualche commento non proprio lusinghiero, ma non si capisce all'indirizzo di chi. Per il resto il backstage sembra un bignami del film, ne scimmiotta l'atmosfera e segue Sorrentino come un feticcio adorato e fumoso.
Se dovessi scegliere il backstage perfetto sceglierei quello di "Across di Universe", film musicale del 2007. C'è tutto amalgamato: dal progetto del film alla sua realizzazione. Sentimenti, tecniche e momenti autentici, uno su tutti quello nel quale la regista, Julie Tymore, e la cantate gospel si abbracciano piangendo dopo una toccante interpretazione di "Let it be". Lo ritengo imperdibile, addirittura più bello del film. Questo perché è una delle poche occasioni che si hanno di vedere la "fatica" che costa un film, al di là di quella fisica. Parlo proprio della fatica "emotiva" di cui spesso si perdono le tracce, attenti come siamo a descrivere l'ultimo tipo di pixel che può migliorare la qualità e favorire la resa scenica. Ma la fatica del rischio di inciampo, quell'esitazione, quel tempo interminabile nelle espressioni del regista che partecipa fisicamente, spostando il corpo in avanti, muovendo le labbra insieme agli attori a seguirne i fiati e le battute, prima di dare lo stop. Il buono. Quel momento sospeso in cui per un attimo si dimenticano produttori e costi, e le difficoltà di impresa, in cui niente è importante se non è "nella sua storia". Quella storia che ora non è più solo nella sua testa, ma sta per diventare il figlio vero, non più quello che si immaginava durante la gestazione, ma il figlio nato.
Il backstage, tranne a quelli capaci veramente di fregarsene, toglie a volte la possibilità di questa sospensione, la possibilità di questa libertà, perché sentirsi osservato mentre si vorrebbe essere esclusivamente nel proprio sguardo senza averne un altro puntato addosso, rende tutto meno autentico. Paradossalmente. Proprio questa pretesa di autenticità e verità rischia di produrre solamente una messa in scena nella messa in scena.
Sogno un backstage crudele come un "grande fratello", scelto tra ore infinite di girato, con una macchina sempre presente che finisce per non essere più vista. Un backstage che renda appieno la stanchezza del viaggio di "fare un film", e nello stesso momento alla sua fine il sollievo e lo strazio che si prova come quando arriva a termine un amore che ci ha sfinito.

FUTURISTA SARA' LEI 

di Nicola Guarino

Futurista sarà lei !

Nel 1909 quando Marinetti pubblica il manifesto del futurismo, quel delirio e inno di onnipotenza dell'uomo che cavalca la macchina e il pensiero veloce, un pensiero che presume il "Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, e le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta." (dal manifesto futurista)

Quando Marinetti scrive questo e molto altro ancora e auspica per la letteratura un cambiamento. Quando il cinema nato da pochi anni, mezzo futurista per concezione, elettrico e meccanico, che usa la luce e la pellicola, mentre quindi dovrebbe iniziare una nuova idea di racconto o una nuova concezione per le arti figurative negli Stati Uniti esce un colossal MOSE', e quindi da subito il cinema soffoca lo spunto di audacia che aveva appena partorito.

Il cinema rigettò quasi immediatamente l'idea di poter diventare arte a se stante e per questioni commerciali abbracciò subito la recita a "soggetto" e andò a pescare tra le storie popolari e in questo senso la bibbia si prestava moltissimo. Ma ci furono, riduzioni di commedie, di tragedie teatrali, di romanzi. Era il 1909, pensateci, com'è oggi?

Il futurismo diede vita a vari film ora tutti perduti che presi uno ad uno non rappresentarono dei capolavori, ma nell'insieme furono la base del cinema epsressionista e di montaggio che arrivò subito dopo.

nel 1916, Arnaldo Ginna, gira VITA FUTURISTA, un 'opera dissacrante in cui Marinetti e Ginna stesso andavano a disturbare i clienti di un caffè borghese di Firenze. ne restano pochi fotogrammi. Ivo Illuminati gira nel '17 Il re, le torri, gli alfieri, un film in cui i personaggi abbigliati come pezzi di scacchi si muovono sulla scacchiera secondo le precise strategie del gioco degli scacchi metafora delle strategie sociali della borghesia. andato perduto anche questo. ci resta THAIS, 1917, di Anton Giulio Bragaglia. Il pittore Prampolini ne disegnò le scene, il film è visibile su Youtube, ed è molto interessante perché alla flebile trama si oppone un'opera d'arte figurativa quale il cinema dovrebbe essere.

Poi il futurismo sparisce, tutto si appantana, e il cinema nonostante gli sforzi di artisti geniali, insegue da subito il pubblico, per cui cerca il colore, il 3d, si il 3d sin dagli anni '20, e il suono....insomma vuole diventare più realistico, vuole portare la parola per compensare la mancanza di immaginazione e diventare più simile al teatro, podromo di ciò che sarà la tv da lì a qualche anno.

Non molti sanno che ci si oppose spesso ideologicamente al colore, al suono , il cinema era nato vivo con delle sue caratteristiche che avrebbero dovuto evolvere verso un mezzo futurista e moderno ma fortemente personalizzato dall'artista e non diventare la semplificazione, l'annacquatura dei romanzi e del teatro.

Ora, 2016, rilanciamo per perduta memoria, il colore super definito, il 3d, le sale avvolgenti ma Napoleon del 1924 era già proiettato in cinerama, ma riprononiamo ancora la storia di Mosè piuttosto che il 23esimo rifacimento di un film di cinquanta anni fa, piuttosto che ciò che abbiamo letto sia in un romanzo o in un fumetto con sicuramente più dedizione e attenzione e visceralità e partecipazione immaginaria per non parlare del "tratto da una storia vera" causa di vomito da parte mia.

Il cinema ipertrofico, gonfiato, come un'iniezione di un forte anti dolorifico , non stimola ma attenua qualunque senso della creatività , non lascia margini, non ci coinvolge ma ci atterrisce e ci stupidisce.

Il cinema poi, disimpegnato, nel senso di preconfezionato, che vuole prenderci per il culo facendo leva sull'ignoranza e sull'analfabetismo di ritorno, quaranti anni fa qualunque spettatore medio sarebbe uscito dalla sala all'ennesima paraculata di Zalone piuttosto che di film come Perfetti Sconosciuti.

Carmelo Bene in una celebre intervista alla mostra del cinema di Venezia del 1983, dichiara morti le arti figurative e indica quanto la tv avesse influenzato il cinema nel raccontare storie, storie datatissime, "che non seguono mode, non sono opposte, invece bisognerebbe lavorare sul linguaggio a costo che resti ostico" (C.B)

Aveva fatto il suo quindici anni prima NOSTRA SIGNORA DE' TURCHI, 1968.

Era il 1983, cosa è cambiato?

Qual è la paura?

Se tutti i futurismi e le avanguardie si sono vendute al conservatorismo e alla retroguardia per questione di soldi allora ha fatto bene Stanley Kubrick a far finta di morire per girare i suoi film da solo nella nebbia della sua campagna inglese.


Maledetti inglesi!!

 Vengo anch'io , no tu no.  

di Barbara Napolitano

 

Esistono migliaia di film nella storia del cinema che non vedranno mai "Le luci della ribalta", tanto per rimanere in tema di pellicole. Sono i film degli amatori. Il primo colonizzatore di questa illustre specie fu Charles Pathé, l'uomo che ha realizzato "l'industria" del cinema. Certamente furono i Lumiere ad inventare il cinema, ma è Charles Pathé ad averne capito le potenzialità commerciali. Questo signore francese, infatti, si rese conto che utilizzare ben 35mm di pellicola per proiettare un'immagine era decisamente uno spreco! E pensò bene di copiare un film per ben tre volte sul formato standard, forando centralmente invece che lateralmente il nastro, dando vita così al 9,5mm un formato che farà la storia pure della diffusione di pellicole professionali, di film "veri", intendo, copiati per tre volte su di un nastro che ne avrebbe contenuto uno solo. Il pubblico a cui questo genio si riferì non fu solamente quello dei professionisti, titolari di sale pubbliche per la proiezione di film che pure lo ebbero in gloria visti gli abbattimenti cospicui dei costi, ma soprattutto quello degli amatori. Si trattava di aspiranti registi desiderosi di farsi il proprio film, un vero esercito che diventò una delle grandi fonti della sua memorabile fortuna. Se si guarda banalmente al numero di film prodotti nel 1907 si resta a bocca aperta per la quantità di soggetti messi in scena, oltre 200. Fino a qualche anno fa ricercatori, come la sottoscritta, erano obbligati a scendere in disastrate cantine per poter ammirare in primo luogo le scatole che contenevano tali tesori per poi sbavare letteralmente alla vista di vecchi proiettori e macchine da ripresa, qualora si avesse la fortuna di incapparvi, e per finire convincere gli eredi di tali fortune a metterle per modica cifra a disposizione dell'umanità! Oggi la storia è cambiata... Tanti giorni sepolta in cantine di vecchi fotografi, noleggiatori, e persa in mercatini alla ricerca della stampa pubblicitaria che mi avrebbe permesso di aggiungere un tassello alla storia che lentamente si andava componendo: la storia della nostra Repubblica. Giorni meravigliosi a tentare, armata di una moviola rudimentale, di carpire i segreti della pellicola... Credo di aver imparato moltissimo sugli italiani di inizio '900 guardando quelle immagini: dagli entusiasmi per il Fascio alla voglia di estero che già in quegli anni ha fatto registrare una quantità di bobine dedicate ai viaggi: alla faccia dei social di oggi. I parenti erano chiaramente vessati allo stesso modo, ma mentre oggi te la puoi cavare con "sì, sì, l'ho già visto quando lo hai pubblicato su facebook", all'epoca non avevi scampo dovevi sederti sulle scomode sedie di legno dell'epoca... solo che invece di essere una gran rottura era MAGICO. Era l'unica possibilità di godere nello stesso tempo della "favolosa" tecnologia e dell'esperienza visiva esotica più ricercata del momento. Solo Dio sa quanto è costata questa fissazione per l'esotismo. Ma l'Italia è solo uno dei fertili territori commercialmente colonizzati dai signori Pathé, non pensiate che l'America, per esempio sia stata fatta salva. La sottoscritta, dunque, ha passato anni a vagare tra ragnatele ed uffici burocratici che tentava di convincere all'acquisto ed al recupero di materiale cinematografico di diversa composizione e contenuto (quante collezioni recuperate da privati piene di lastre fotografiche e bobine!) che le sembrava un'occasione da non perdere per la conservazione e la messa in scena del nostro patrimonio iconico... e quanti due di picche. "Perché, vede cara, al momento non ci è proprio possibile stanziare fondi per questa cosa sua... questa dei vetri e del cinema..." e poi... ECCOLI! Loro! I soliti inglesi fuoriusciti!, a cui va tutta la mia stima... per aver fatto questo: Si tratta dell'Archivio Cinegiornale britannico della Pathé che, udite udite, ha caricato ben 85.000 film storici (Ad ALTA RISOLUZIONE!!) su youtube. Geni geni geni!! Ed il direttore generale della Brithis Pathé, Alaistair Bianco, dice: "La nostra speranza è che chiunque abbia un computer possa vedere questi film e goderne. Questo archivio è un tesoro senza eguali per temi storici e culturali e non dovrebbe essere mai dimenticato." Si tratta di immagini comprese tra il 1896 ed 1976 e la collezione comprende (sigh sigh) filmati provenienti da tutto il mondo. Alaistar Bianco ci racconta che nell'archivio (considerato tra i più belli del mondo) c'è proprio di tutto: "Sia che cerchiate la famiglia reale, il Titanic, la distruzione della Hindenburg, o storie stravaganti sui passatempi britannici, sarà lì sul nostro canale. Ci si può perdere per ore." Il gestore del sito è la tedesca Mediakraft. Vi invito a vederlo: è veramente ben fatto. Ora a me rimane una sola speranza... che Alaistar Bianco abbia origine italiana come promette il suo cognome... Sono troppo patriottica! 

MAMMA LI TURCHI !!!
Breve excursus nel folle cinema turco degli anni '70/80 ma non solo...
Si prega di leggere fino alla fine.  

di Nicola Guarino

E' imbarazzante non sapere da dove cominciare, ma questa volta è proprio così. Elencare i misfatti del cinema turco degli anni 70/80 mi risulta operazione difficile. Ma il mondo deve sapere per cui "SAPEVATELO" come direbbe Vulvia/Guzzanti. Il 70% degli incassi del cinema turco di quell'epoca era ottenuto dagli incassi di copie, copielle, di film americani, ma non proprio copie, reinterpretazioni, miscellanea di spezzoni originali con materiale amatoriale, insomma roba da non credere se non fosse che...ma procediamo con un minimo d'ordine. 

L'elenco è lungo iniziamo da Yarasa Adam- Bedmen , cioè Batman. 1973.
Batman e Robin, in una storia in bianco e nero, in cui entrambi i protagonisti hanno il fisico dei giocatori di briscola, in cui la BATMOBILE è una specie di carro da morto, in cui i cattivi le buscano e in cui le donne sono tutte nude. Si , perché nel tempo libero Batman e Robin non stanno a menarsela nella Bat-caverna ma preferiscono frequentare locali notturni. Lo stesso Batman, come un novello 007, invece che inquietarsi e fare il bel tenebroso ogni volta che salva una donzella in pericolo poi se la porta a letto senza colpo ferire . In pratica una parodia soft- core ante litteram del genere supereroi stico.
Supermen Donuyor che altri non è che Superman 1979.
Superman, qui ribattezzato SuperMEN, uno spilungone in tutina, che fatica a spostare una sedia, che avanza con una certa difficoltà, che vola solo in una direzione sullo sfondi di retroproiezioni , più impacciato da Superman che da Clark Kent, ma con la musica originale chiaramente rubata al Superman originale.
Dünyayı Kurtaran Adam 1982, che nasconde STAR WARS, e che inizia con un montaggio senza alcun senso di spezzoni a caso del film originale, virati in varie colorazioni e montati con la colonna sonora originale. Qui Luke Skywalker è un giovane uomo di cinquant'anni che appresa la forza indossa stivali a molle e guantoni che gli fanno ottenere incredibili capacità di "menare".
Le musiche sono prese in prestito dalla colonna originale del film ma anche da quella de I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA e FLASH GORDON. Già che c'erano potevano usare anche una canzone di Albano e Romina.
1983, e arriva anche BADI. Mi piacerebbe farvi un quiz ogni volta e chiedervi a quale film originali corrispondano questi titoli , o farei per il sottile senso del piacere di vedervi scervellare ma non lo faccio. Badi è E.T. . Un pupazzone che di E.T ha solo l'altezza e per il resto è un costume da Scrondo (chi se lo ricorda lo Scrondo?) con dentro un nano. D'altronde Badi è grigio, pieno di muco, entra nella classe dei ragazzi per fare scherzi degli di Pierino e si sbircia le riviste porno nella cantina. Badi alla fine, andrà via come E.T. , tra le lacrime dei bambini che chiaramente si erano divertiti un mondo con lui.
E continuiamo con i film del filone fantastico con Seytan, 1974, ovvero L'ESORCISTA.
Una bambina mielosa che la corcheresti di mazzate posseduta dal demonio diventa più bella di quando era normale e inizia a menare come una matta, a parlare con la voce di Franco Franchi e a vomitare verde. I protagonisti parlano di Allah ma il film è pieno di riferimenti cattolici per cui ne viene fuori un casino inutile , possiamo parlare anche se può sembrare assurdo del peggiore film tra i remake turchi.
Mielosa e insopportabile è anche la protagonista che dovrebbe essere una dodicenne ma che a occhio e croce ha trent'anni ed è anche molto scafata, di un film dal titolo lunghissimo e impronunciabile ma che per farla breve vi dico che altro non è che IL MAGO DI OZ. I nostri amici ottomani non si fecero scappare l'occasione di copiare un film di quasi quarant'anni prima. Ci sono i balletti e le canzoni, i personaggi hanno gli stessi costumi ma molto più arrangiati, le comparse sono poche decine ed è girato all'aperto. All'epoca però non doveva essere proprio male come film per bambini, forse il migliore tra quelli di cui abbiamo parlato.
E per terminare con le fiabe, le favole e affini, non poteva mancare Pamuk Prenses ve 7 Cuceler, che grazie a quel 7 avrete capito che si tratta di Biancaneve e i 7 nani, 1970.
Anche questo è meno malvagio degli altri. Molto colorato, gli attori sono migliori della media così come la qualità del girato. Certo l' attrice che interpreta Biancaneve dovrebbe essere una giovanissima ragazzina ingenua mentre qui sembra un mignottone anche un po' avanti con gli anni, ma si sa, la favola di Biancaneve ha sempre avuto elementi discutibili, vogliamo parlare dei sette nani sette ???
E finiamo con un film del 1986, il canto del cigno se vogliamo di questa immensa cinematografia, in pieni anni '80 arriva KORKUSUZ ovvero RAMBO. La trama è uguale a RAMBO 2, e ne usa il tema musicale ricorrente, questo film avrà notorietà internazionale tanto da essere distribuito negli USA in dvd.
Questa lunga lista di film rifatti in Turchia, può sembrare canzonatoria, e la qualità di questi film potrebbe far gridare allo scandalo, far ridacchiare i cinefili, ridurre il fenomeno ad una barzelletta, ma se ricordate o andate a rileggere, in testa all'articolo ho messo un "se non fosse che.." a che mi riferivo ?
Questa storia mi ha ricordato un film del 2007, scritto e diretto da un regista di enorme talento Michel Gondry, ( Se mi lasci ti cancello - titolo di merda ma altrimenti non capite-) . Il film è BE KIND REWIND.
Trama in breve, c'è un vecchi jazzista che ha un negozio di film in vhs e una sola cliente dato che nessuno noleggia più vhs, lascia la gestione al commesso che ha un amico che fa un casino con l'energia elettrica e cancella tutti i vhs. L'unica cliente vuole vedere Ghostbusters, ma la cassetta è cancellata, allora gli amici rigirano in maniera amatoriale il film. Questa versione amatoriale viene molto apprezzata e sparsa la voce il negozio si riempie di potenziali clienti che chiedono le versioni amatoriali di vari film, da 2001 a Rocky, da Men in black a RoboCop, trovandoli più genuini e soprattutto più divertenti. Le versioni di questi film amatoriali nel film vengono chiamati sweded in riferimento alla posizione che la Svezia ha assunto nei confronti dello scambio di file ritenendolo un diritto di espressione per i consumatori. Chiaramente arrivano le major e fanno distruggere le cassette con i remake perché infrangono il diritto d'autore.gli amici non si perdono d'animo e realizzano un film muto in onore della vita di Fats, i vecchio proprietario del negozio ed ex jazzista. Alla proiezione tutti si commuovono sentendosi una comunità.
Qualche anno prima, lo scrittore Paul Auster aveva dato alle stampe un romanzo dal titolo IL LIBRO DELLE ILLUSIONI. Trama in breve, un professore universitario perde moglie e figlia in un incidente aereo, per distrarsi inizia a scrivere un libro sul cinema muto e si imbatte in Hector Mann una star assoluta morto giovane in un incidente stradale. La cosa non lo convince e investigando scopre che Hector ha inscenato la sua morte per sottrarsi allo star system e emigrato in un piccolo paese del messico ha passato la sua vita a girare film in proprio con gli abitanti del paese per poi proiettarli la sera e vederli tutti insieme alla comunità.
Cos'è quindi il cinema? E' il prodotto ipertrofico e di puro intrattenimento delle major americane che spendono 300 milioni di dollari per pompare di steroidi anabolizzanti racconti flaccidi e attori insufficienti, per rincoglionire di suoni roboanti e immagini in 1000 D un pubblico di ragazzini rincoglioniti abbassando continuamente la complessità del linguaggio perché durante la proiezione bisogna fare in modo che dopo 3 minuti passati sullo smartphone gli astanti possano rialzare la testa e continuare a capire cosa stia succedendo ?
Il cinema è la prosopopea e l'arroganza della Disney o della MGM che dopo aver rubato qualsiasi cosa fosse rubabile dalla tradizione europea del racconto, oggi va in giro a professare onestà, a proteggere diritti d'autore, a denunciare chi scambia film ed impedire che qualcuno faccia rimontaggi e rielaborazioni senza scopo di lucro ma solo per voglia di creatività impedendo di caricare gli elaborati su youtube?
Il cinema è la faccia di bronzo e anche da cretino di uno o una imbecille che va in giro con una sceneggiatura da quattro soldi senza farla leggere per paura che qualcuno possa copiare l'ennesima commediola ?
Il cinema è forse, l'obbiettivo perfetto, la purezza dell'immagine, il 4k , l'8k, il suono o la fotografia perfetta o forse il movimento mirabolante della macchina da presa che con l'ultimo robot può andare sopra, sotto e fare un giro della morte?
Il Cinema è forse l'industria di Hollywood che crea attori in serie e film in serie che gira ogni dieci anni i remake di dieci anni prima in modo da ricominciare ad influenzare la nuova generazione con un 'idea di cinema vergognosamente formattata a standard di così alto livello in modo da escludere lo spettatore dalla possibilità di partecipare ma solo di usufruire o meglio di subire e ancora di consumare senza possibilità di replica ? Il cinema è forse questo?

Il Cinema è Libertà.
Il cinema è ancora quel giro di manovella dei fratelli Lumiere in quell'epoca in cui non era ancora arrivato il tempo della vanità e del narcisismo, del tappeto rosso e delle cerimonie, del gran mondo fatto tutto sommato da biechi commercianti, attorunculi e starlette discutibili.
Il cinema è una storia. In questo senso nei difficili anni '70 turchi, in cui le cose americane non erano facilmente reperibili, illuminati produttori senza soldi non hanno voluto privare le persone di storie comunque conosciute in tutto il mondo, che comunque rappresentavano la contemporanea mitopoiesi. E lo hanno fatto senza mezzi, purificando quel cinema dall'enorme quantità di additivi tossici che si portava dentro e reinterpretando ed adattando alla propria cultura qualcosa di diverso. Insomma cinema puro. Che fa se poi Superman non è credibile quando vola? Superman credibile o no che sia al cinema, non vola davvero, è comunque un trucco, vola nella nostra mente e basta.
Lo so, questa mia riflessione non cambierà le cose e alla fine finirò come il protagonista del romanzo di Auster, a girare film come fossero scorze di quadri da vendere per strada. 

Ma non fa nulla, conta lo spirito.  

Padrini di tutto il mondo unitevi

Brando è mio e me lo tengo io (cit. Ruddy)

di Barbara Napolitano

Siamo in fila alla cassa di un noto centro commerciale. Mia madre compra solo cibo che le piace, senza alcuna considerazione che abbia a che fare con le opportunità economiche o di salute. Sostiene che a più di settant'anni ha la facoltà di scegliere come morire. Tre uomini dall'aria minacciosa si avvicinano, vestiti troppo pesantemente per la stagione. Un vecchietto alle nostre spalle segue lo sguardo preoccupato della moglie e la conforta: "Non ti preoccupa', tesoro, so' camorristi no jihadisti".

Io e mia madre siamo sull'orlo delle lacrime per trattenere le risate: solo qualche anno fa, credo, che un commento del genere avrebbe altrettanto sconvolto la signora. Certamente la nota del marito arrivava a sconfiggere lo stato di ansia della donna con qualcosa che fosse a lei più comprensibile e vicino come un "fatto" di camorra più che un attacco terroristico. In una frase il sociologo/pensionato aveva riassunto il concetto che per quanto possa essere terribile, tutto quello che è vicino ci spaventa meno di quello che non è cresciuto con noi culturalmente. Il che, poi, è abbastanza, assurdo. Mi sembra di tornare alla guerra del Golfo quando tutto quello che arrivava in tv e sui giornali ci appariva lontano miglia, fino a che, poi, non è arrivato il povero Cocciolone "scummat''e sangue" a ricordare che c'entravamo anche noi. Ed anche lì: non era cambiato nulla, ma il solo fatto che si trattasse di un connazionale ha armato di borsellino decine di signore anziane, e non solo, che si sono preoccupate di fare la scorta alimentare per timore che la "guerra" le affamasse.

Ricordavano soprattutto questo della guerra a loro più vicina, la Seconda. Le rinunce di oggi sono diverse, hanno a che fare con la scelta di trascorrere le vacanze entro i confini nazionali, nella convinzione che la nostra collocazione nelle controversie armate internazionali ci salvi dalla follia del malato di turno, pronto alla strage.

La cronaca purtroppo ci ricorda che si muore anche per il cornicione staccato dal palazzo storico, anche se a Napoli il must è quello della morte per mano della criminalità organizzata. Quando l'infermiere impazzito di Secondigliano sparò sulla gente in strada tutte le persone di passaggio facevano domande circa l'appartenenza clanistica dello sparante. Perché a noi questa fissazione di essere parte di una famiglia, che già avevamo ben radicata come il mai rimpianto Banfield sottolineò con il concetto del "familismo amorale"

(1), non ce la leva nessuno. Del resto a incrementare l'uso proprio del termine famiglia per riferirsi ad una organizzazione mafiosa fu proprio il film che ne parlò. Si tratta chiaramente de "Il padrino" che compie quest'anno 44 anni."

"(...) rapporti intercorsi fra Albert Ruddy e lo stato maggiore della mafia americana. Mettiamo da parte, per non dilungarci troppo, i normali attentati all'automobile di Ruddy, le telefonate minacciose, le pressioni ad ogni livello esercitate per impedire che il film venisse fatto. Arriviamo subito all'oceanico incontro spettacolo organizzato da Joseph Colombo per la "Lega dei diritti civili degli italoamericani al quale hanno partecipato Frank Sinatra e Sammy Davis jr. che si sono esibiti di fronte a diciottomila persone , col generoso concorso delle quali si è riusciti a raccogliere la bella somma di 600.000 dollari. Colombo prese questo gruzzolo e andò a sventolarlo sotto il naso di Ruddy dicendo: "Questi serviranno per tagliarvi le gambe. Al che il giovane produttore, ora un po' impensierito replicò: "Ma cerchiamo di metterci d'accordo. "Se vuoi metterti d'accordo con me " disse Colombo " devi togliere dal film tutti i nomi ed i riferimenti italiani!. "Con tutta la mia buona volontà " replicò Ruddy " questo non è possibile. Cosa ne sarebbe della storia se il "padrino" fosse impersonato da un irlandese ed il suo avvocato fosse un negro?

Sentiamo un'altra proposta. "Allora " concluse deciso Colombo " devi almeno togliere dal film tutte le parole come "mafia", "Cosa Nostra" e simili. D'accordo?" (intervista a Albert Ruddy di Giacomo R.

Carioti per IL DRAMMA, mensile, luglio/agosto 1972).


Sul film gli aneddoti si sprecano dal momento che è una delle opere miliari del cinema di tutti i tempi, ma quello che io preferisco ha a che fare ancora con il suo produttore: il simpatico e geniale pazzo Albert Ruddy. Quest'uomo fece fare un provino incognito a Marlon Brando! Lo fece perché agli Studios del Brandone non ne volevano sapere e Marlon

ci teneva molto al ruolo. Ruddy inizialmente cercò di demotivarlo, dicendogli che il ruolo non era alla sua altezza, ma poi dovette dirgli la verità. Ruddy accettò di fargli fare un provino come uno sconosciuto qualunque, nel film ce n'erano già tanti che poi sarebbero diventati mostri del cinema (basti la Keaton tanto per fare un esempio). Dunque Ruddy fece buon viso a cattivo gioco e lo fece entrare dalla porta di servizio. Tutto questo, oltre al fatto che Brando resta un magnifico attore del quale difficilmente si fa a meno, anche perché Ruddy, diciamola tutta e tanto per rimanere negli ambiti della famiglia, proprio al padre di Marlon Brando, Marlon Brando senjor, doveva il suo lavoro come produttore per il film del 1965 "Seed Wild", diretto da Brian G. Hutton.

Insomma Brando si impomatò i capelli col lucido per le scarpe e si truccò autonomamente recitando la parte di un boss mafioso, risultato? Il provino finito nel calderone di tutti i provini piacque molto al presidente della Paramount. Ruddy gongolava nel rivelare il nome dello sconosciuto attore che aveva provocato ineguagliati entusiasmi, il presidente della Paramount un po' meno. In ogni caso, dopo aver incassato la scoperta che non trattavasi di sconosciuto ma del celeberrimo Brando se ne uscì con: "La persona che io ho scelto quale protagonista del film non ha nome: è per me un meraviglioso sconosciuto, voi soli sapete che si tratta di Marlon Brando. Facciamo finta che non me lo abbiate rivelato."

Insomma in perfetta linea con il testo la produzione del film cominciava con un atto omertoso.

Anche ai giorni nostri la leggenda vuole che ci siano state intimidazioni e lotte per la produzione della serie "Gomorra"... resta solo da capire se anche questa rimarrà nella storia degli audiovisivi come "Il Padrino"... Qualcuno ha già la risposta?

(1)Il familismo amorale (dall' inglese amoral familism) è un concetto sociologico introdotto da Edward C. Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (trad. it.: Le basi morali di una società arretrata, 1976), scritto in collaborazione con la moglie Laura Fasano. Le tesi di Banfield sono state e sonooggetto di controversia e hanno stimolato un notevole dibattito sulla natura del familismo e sul ruolo della cultura nello sviluppo o nell' arretramento sociale ed economico.

Agente 008, 070, 077, 777, 3S3, X17, OSS77

Poi dicono i cinesi

di Nicola Guarino

Il regista è Alberto De Martino e la casa di produzione è l' italianissima Titanus.

Che Hollywood abbia finalmente abdicato e riconoscendo le incredibili qualità della produzione cinematografica italiana, abbia ceduto i diritti della serie di James Bond alla nostra patria italica?

Molti avranno pensato questo nel lontano 1967 quando al cinema videro affisso il manifesto di O.K CONNERY, e leltto la trama avvincente di Un agente segreto assassinato e Miss Maxwell si mette sulle tracce di miss Yashuko, la fidanzata alla quale l'agente segreto ha confidato sotto ipnosi delle informazioni.

Quindi divertimento garantito e poi c'è Adolfo Celi che ha appena partecipato a 007 Thunderball e in questo film ritorna a fare il cattivo, poi c'è M, poi c'è miss Moneypenny, insomma proprio gli stessi attori e poi c'è lui, Bond, James Bond, cioè Connery Sean Connery...Connery, ma a guardarlo bene, si somiglia ma...

Non ci si può credere, non c'è Sean Connery si gli somiglia ma, ma Neal Connery, nella vita reale fratello di Sean. E allora capiamo. Il film è un'imitazione, si una mera, brutta, ridicola imitazione. Una truffa, un falso, un pezzotto come si direbbe a Napoli.

E allora si, raccontiamo questa storia dimenticata come tante altre della produzione di pezzotti cinematografici di James Bond. Decine e decine di film girati tra il 1965 e il 1969 sfruttando, un' idea semplice. In fondo James Bond è un fumetto, un format, una struttura, lo si può fare con una grande produzione ma lo possiamo fare anche noi in piccolo. Meno scenari, meno azione, meno soldi ma basta uno 0 nel titolo, un tipo in smoking, una simil Bond girl e magari si acchiappa un po' di pubblico distratto, che può non accorgersi della differenza. In fondo il pubblico è ingenuo. Ma è proprio così? Secondo me no. James Bond e la serie di 007 originale era tecnicamente già una sorta di parodia di film di spionaggio. Intanto poco c'entravano i romanzi di Fleming, fantasiosi si ma che non sono mai arrivati a immaginare un agente segreto che portasse lo smoking sotto la tuta da immersione. Di fatto, 007 è lo stereotipo fumettistico, sognante e irreale di un immaginario collettivo che ha trasformato un lavoro invisibile, quello dei servizi di sicurezza e i suoi impiegati, persone difficili, tristi, che fanno molte volte un lavoro d'ufficio, confuso e anche pericoloso in un caleidoscopio di avventure fatto di sparatorie, inseguimenti e soprattutto molte donne. Insomma James Bond è il sogno sognato dell'agente " Mario Rossi" che tutto il giorno sta davanti ad un pc o all'epoca in un ufficio ad esaminare pile di documenti. In questo senso, la serialità imitata degli agenti segreti nei "falsi" italiani non faceva male a nessuno. C'era uno 007 in America e qui invece c'erano 077, 008 e 777, che problema c'era ? In fondo più o meno non facciamo tutti gli stessi sogni?

Anche Nanni Moretti è stato ragazzo. Ma non lo dava a vedere 

di Barbara Napolitano

La follia di chi fa cinema, in qualunque dimensione lo faccia, dal semplice spettatore compulsivo all'appassionato che si cimenta pure nella realizzazione del suo film, è da sempre TOTALE. Ed a questo pubblico di squilibrati si rivolge una rivista eccezionale "Cinema in casa. La rivista del cinematore". Si tratta di un vero e proprio magazine per fanatici del super 8 che nel 1977 intervista un outsider ventitreenne, un aspirante superregista, l'integerrimo (già così giovane) Nanni Moretti. Le domande incalzano perché il geniale ragazzo ha realizzato il suo film "Io sono un autarchico" interamente in super 8.

Mike Sugar (intervistatore): Come hai cominciato a girare film in super 8? Come ti è sorta la necessità di fare cinema e come l'hai realizzata inizialmente e a quanti anni? Nanni Moretti: Ho cominciato 4 anni fa a 19 anni, con amore e passione per il cinema, dato che consideravo e considero il cinema l'unico mezzo con il quale riesco a comunicare. Comperai la mia cinepresa per centomila lire a quell'età perché era l'unico modo per fare cinema. M.S.: Ma qual è stata la genesi di questa tua scoperta per il cinema. Hai visto qualcun altro che faceva cinema con questi mezzi e quindi hai seguito la stessa strada? N.M.: L'unica cosa che mi piace è fare cinema. L'ho capito guardandomi intorno e ho deciso di girare in super 8 perché non mi era possibile farlo in 16 mm, per cui ho comperato un super 8 e delle bobine che allora costavano la metà di quello che costano oggi.

"Io sono un autarchico" è il primo lungometraggio che segue altri tre lavori di Moretti in super 8, lavori di durata inferiore. Sono questi quattro film che tracciano la strada, un passo alla volta, verso quello che sarà poi il suo mondo ed il suo lavoro per tutta la vita. Come spiega bene in questa lunghissima intervista, lui ha bisogno di fare film per esprimere le sue idee, la sua visione del mondo, delle persone, delle cose, perché è "al" mondo attraverso i suoi film. Dalle sua parole, sicure nonostante l'età, traspare una caratteristica che orienta il suo successo (piaccia o no) nel cosmo del cinema: Moretti ha carisma. Certo l'attrezzatura gli serve, e sicuramente servono i tanti amici che si prestano a dargli una mano in queste prime avventure, sia come tecnici che come attori, e servono pure le sue idee chiare. Lui sa che quella dimensione è la sua. Non pensiate che non ci sia coraggio nel linguaggio e nello stile che sceglie. Ancor oggi trovo che sia l'impresa più dura per chi fa questo mestiere: rischiare di rendere pubblica la propria opinione. Penso a tutti i ragazzi che ho conosciuto come regista e come docente. A quanti di loro hanno lo stesso sogno di Nanni. Fare IL film. La lezione di questa intervista è tutta nella sudditanza della tecnica all'idea. Che non importa se sia giusta o sbagliata, l'importante è che ci sia. Nanni dovette vendere la propria collezione di francobolli per comprare la sua prima cinepresa, ed in spregio a qualunque circuito "istituzionale" si cimentò nella ricerca di uno spazio nel quale proiettarsi.

Mike Sugar: La struttura e la grande organizzazione del 35 mm commerciale, tu la condividi o la contesti? La accetti con le sue grandi possibilità e le sue grandi contraddizioni? Nanni Moretti: Non accetto la mentalità dei distributori e di molti produttori, non accetto quasi tutti i film dei registi e degli sceneggiatori, però voglio fare cinema, quindi cercherò di continuare a fare le mie opere, cercando di trovare delle persone, produttori, distributori e attori, che mi permettano di fare queste cose, come in questo primo caso.

Io non sono in grado di dare una valutazione, di dire se Nanni Moretti ci è riuscito, o no. Quello che so è che molte delle cose che per lui erano importanti da dire, le ha dette. Sono passati trentanove anni da questa intervista. L'ultimo racconto di Nanni è del 2015, parla della morte di una madre, di sua madre: ancora una volta un racconto di sé. Non si tratta di rispondere alla, a mio giudizio tediosa, domanda sul fatto che, probabilmente, Moretti fa film solamente in chiave autobiografica o meno. Ha già chiarito tutto a 23 anni. Lui fa film perché è il modo che gli è congeniale di avere a che fare col mondo e a quel mondo parla di sé. In terza, in prima, in decima persona, ma in fondo chi se ne frega. Chi di noi non sarebbe straniato all'uscita dell'ospedale dove nostra madre sta morendo e chi di noi non guarderebbe il traffico che gli si para dinanzi come qualcosa di alieno e lontano, un mondo tutto sommato incomprensibile. Possiamo parlare di disagio, di lutto, di crisi religiosa, di disadattamento, di autodeterminazione e crisi di identità, di noi, degli altri nelle nostre vite: tutto ed il contrario di tutto nell'analisi psicoanalitica-cinematografica che da sempre si fa parlando di Moretti. Rivoltandolo come un calzino di Freud. Eppure in queste parole del ragazzo Nanni io capisco perché non ha alcuna importanza continuare a palare del fatto che, se e come i film di Moretti ci piacciano o no... Il fatto è che noi ci siamo dentro.

Quando in Italia avevamo 3 Supermen al prezzo di 1...

Ora abbiamo solo un triste Savastano e 8 persone che non sanno usare uno smartphone. 

di Nicola Guarino

Ebbene si, in quest'epoca in cui tutto il cinema è d'autore e intellettuale. In cui il bambino super eroe nasconde i drammi dell'adolescenza e il borgataro si trova a diventare un uomo d'acciaio, chiaramente mi riferisco ai film IL RAGAZZO INVISIBILE e LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT, in quest'epoca in cui non è possibile sfuggire alla metafora, all'allegoria, al richiamo del mitico eccetera eccetera, sopravvive in qualcuno una memoria, un ricordo, ormai sempre più rarefatto di anni in cui si andava al cinema solo per divertirsi, SCANDALO, e in cui qualcuno si adoperava per trovare un modo originale e simpatico per far passare il tempo alla gente. Nel 1967, Martinenghi e Parolini ti sfornano un film senza vergogna ma esilarante, I FANTASTICI 3 SUPERMEN. Si tratta di un film dichiaratamente d'intrattenimento e comico in cui l'uomo di Kripton il Superman originale chiaramente c'entra poco. Qui ci sono tre tipi in costumino rosso e mantellina nera che si vestono così in quanto agenti dell'FBI e quindi non possono passare inosservati come ogni buon 007 si rispetti, in fondo anche il segretissimo James Bond si faceva annunciare alle feste e si presentava direttamente ai cattivi e nemici del mondo ma in fondo anche lui non aveva pretese di serietà. I 3 Supermen non hanno superpoteri, hanno molle sotto le suole delle scarpe come Paperinik, sono forti e menano alla grande, hanno buone doti acrobatiche e amano le donne. Forse le pretese originali erano più elevate ma i soldi erano pochi e quindi i 3 Supermen non volano ma si spostano in auto. Ma questo film ottiene un buon successo ed è co-prodotto da mezza Europa e darà il via ad un serial. I 3 Supermen lotteranno contro il padrino, andranno a Tokio, viaggeranno nel tempo fino ai tempi del vecchio west, andranno alle olimpiadi e nella jungla. Cambieranno i volti, infatti gli interpreti originali dimenticabili stunt men saranno via via sostituiti, un paio di volte sarà un Superman anche il grande Sal Borgese, caratterista indimenticato del cinema italiano. Saranno anche imitati in Turchia. In Turchia per un periodo che va dal 1960 al 1985 circa c'è stata una fiorente cinematografia di serie z che imitava e di fatto rigirava in casa i film esteri di maggior successo, uno per tutti STAR WARS, addirittura riciclando sequenze originali, prima o poi ne parleremo, Oggi sembra impossibile tutto questo. Abbiamo dimenticato il cinema di serie b , ne facciamo solo di pretenzioso, di serie A. Anche quando affrontiamo la fantascienza, il fantasy o l'azione noi italiani non dimentichiamo mai l'introspezione, la sofferenza, la crescita, il dramma. Noi non dimentichiamo mai di usare bravi attori, meglio se romani del centro de Roma, che si riuniscono nelle case per bene o nelle borgate ndo se soffre, certo poi i romani ora sono scesi a Scampia, vicino Napoli, ma giusto per questioni di business, la mafia, perdonne-moi, il cinema si sposta dove conviene si sa.

MEDICI IN TV 

Pronto, Guardia medica? Come dice? Sono tutti in tv??????????

di Barbara Napolitano

Fino a che non è diventato il prete di "Uccelli di Rovo", pensavamo di aver cominciato bene... altro che lo scorbutico dottor House, allievo più di Sherlock Holmes che di Ippocrate, altro che Medici in famiglia, o ex E.R., aspiranti presidenti degli Stati Uniti d'America, dal momento che il piano di Clooney una volta sposata Amal, é ben chiaro.

Anche mia nonna sospirava quando appariva lui: il dottor Kildare!

Bello, bellissimo, Richard Chamberlain interpreta magistralmente un giovane medico che coniuga la competenza all'umanità, protagonista di una serie televisiva andata in onda negli anni Sessanta e Settanta... Devo dire che la popolazione maschile e quella femminile dissentivano largamente sul tipo di medico da aspettarsi nella realtà; mio nonno avrebbe fatto carte false per trovarsi di fronte Sordi, con o senza mutua, mentre mia nonna sospirava di delusione ogni volta che arrivava un omino calvo e baffutissimo a misurarle la pressione, che però, aveva l'indubbio merito di portare con sé una quantità industriale di caramelle Rossana. O almeno per me era un merito.

"Le puntate della nuova serie televisiva <<Il Dottor Kildare>>" - recita il TVRADIOCORRIERE del 4-10 aprile 1965, "alle ore 22,05 sul Secondo Programma TV".

Certo viene da ridere a pensare che mentre il personaggio di Kildare, e per antonomasia il suo interprete sono considerati una speranza per l'umanità futura, (dal momento che sempre sul Radiocorriere leggiamo che"Kildare è il prototipo del medico di domani perché soltanto così la nobile professione potrà sopravvivere in tutta la sua dignità. Egli sarà sempre un vero amico dei suoi pazienti."), il medico più amato del presente è un orso che dedica solo maleducazione e insofferenza ai suoi pazienti, ma che ha l'indubbio merito di intuire che la maggior parte di loro sta morendo per infezioni importate direttamente da Marte!! Niente male nemmeno il dottor House...

La svolta del presente è sicuramente l'attenzione dedicata ai pazienti, indiscussi nuovi protagonisti delle serie TV, valga per tutti la serie " In Treatment", dove addirittura il medico stesso si presenta quale paziente di un altro medico, per non parlare poi di "Braccialetti Rossi", apoteosi della presenZa del malato che vanta un primato inarrivabile di minuti trasmessi rispetto al corrispettivo medico.

Certo sulla scelta di dedicarsi ai malati piuttosto che ai medici molto deve aver inciso la pessima figura fatta da Chamberlein nel 1983, infatti l'attore dopo aver deluso milioni di donne (attualmente Richard Chamberlain risiede alle Hawaii, con il suo partner, il produttore e regista Martin Rabbett)... "mentre girava alcune scene di sesso con Jane Seymour nella miniserie tv "Uccelli di rovo", questa lasciò cadere del latte materno (aveva partorito da poco) sul petto di Chamberlain, che gridò allo scandalo e impose alla produzione di licenziarla. La parte di protagonista femminile venne affidata poi a Rachel Ward."... (EN) Seymour's Squirt Cost Her A Thorn Birds Role, 22 gennaio 2004.

Sono certa che lo stesso Kildare, se fosse mai esistito, si sarebbe rivoltato nella tomba.

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Werner Herzog, Jerry Lewis, Jacques Tatì

"Hai detto un prospero"


di Nicola Guarino

Si, sarò megalomane e ho anche deliri di onnipotenza. Qualcuno dice che creda di essere Dio, ma come dice Woody Allen "...a qualcuno dovrò pure ispirarmi". La verità è che se bisogna copiare sempre meglio copiare dai migliori benché si stia in un periodo in cui è più vantaggioso copiare dai mediocri anche perché sono i mediocri che tirano le fila delle cose più importanti. Certo si potrebbe anche essere furbi e prendere in giro i mediocri facendo credere loro che siano i migliori per poi fargli il gesto dell'ombrello quando li si è fatti fuori. Molti di voi sanno che aspiro a fare il cineasta, ma siamo in tempi di magra ed io essendo particolarmente convinto di essere un genio e contemporaneamente essendo poco furbo non rientro nel novero di quelli a cui darebbero 10 centesimi di euro per fare un film. E allora? Allora mi rincuoro e vi racconto di questi tre meravigliosi artisti che hanno deciso chi prima chi poi di prodursi da soli.  

Herzog era un ragazzo imberbe. Si presentò ad un colloquio con due produttori che quando lo videro gli chiesero dove fosse il padre, ma lui disse, il regista sono io. Uno lo prese in giro, un altro gli disse una cosa volgarissima e irripetibile. Si incazza, esce dallo studio di questi due coglioni e fonda la W. H. Film.Aveva un' auto, un telefono e una macchina da scrivere. Inizia a girare senza nulla e diventa alla fine il maggior esponente vivente del cinema tedesco e tra i personaggi più importanti al mondo nell'ambito culturale. Romanziere, sceneggiatore, documentarista, regista teatrale, d'opera, cinematografico. Meno male che i due coglioni lo abbiano sbeffeggiato, magari per farsi due risate lo avrebbero finanziato poi affossato e oggi Herzog non sarebbe tra noi. 

Jerry Lewis ha una storia diversa. Era povero ma diventa ricchissimo facendo spettacoli, principalmente duetti musicali e gag con Dean Martin, in tutti i locali della mafia italo americana che soldi da far girare ne aveva in quel periodo. Poi passa al cinema prima con e poi senza il socio Martin. Di certo Jerry non parte dalla situazione di svantaggio come Werner. E' ricco, famoso e amatissimo. Ma ad un certo punto circa a quarantanni il suo talento e la sua visione del cinema prendono il sopravvento e inizia a scrivere e dirigere i suoi film. I cineasti francesi lo definiranno IL REGISTA TOTALE o l'uomo macchina del cinema come lo definisco io molto più umilmente da osservatore, certo prima c'era stato Buster Keaton. Jerry scrive e dirige e ad un certo punto PRODUCE in proprio. Ora è vero che Jerry i soldi li aveva ma è anche vero che produrre cinema al suo livello di soldi ce ne vogliono molti ma molti senza contare il fatto che negli USA quanto ti si mettono contro ti chiudono tutte le porte. Ed è ciò che accadde a Jerry con SCUSI DOV'E' Il FRONTE?, 1970. La storia di un miliardario eccentrico che riformato alla leva decide di creare un piccolo esercito personale per combattere contro la Germania. Film cattivo, ironico, fiasco colossale. Jerry non produrrà mai più nulla ma oggi è considerato uno dei suoi migliori film. 

Jacques Tati, fonda la Spectra Film nel 1956, è un enorme ennesimo genio del cinema. Francese nel midollo, contiene in sé gli aspetti straordinari del teatro, del mimo e della capacità della messa in scena. Anche lui giustamente ci tiene al controllo creativo e totale e con tutti i soldi che ha finanzia PLAYTIME. Ricostruisce Parigi, le strade, i monumenti e le auto. Usa tutti i mezzi possibili per la costruzione del suo nuovo mondo artificiale. Una Parigi ultramoderna, spersonalizzata, stracolma di meccanismi sociali e burocratici, con uomini e donne anch'essi meccanici, tema presente in Alphaville di Godard. E tutto nel suo film è CINEMA come dovrebbe essere, nulla di realistico, ma iperRealismo, SurRealismo, costruzione visiva. Playtime è oggi uno dei film PERFETTI, ma all'epoca fu un disastro senza precedenti. La casa di produzione venne messa sotto sequestro, Tati perse ogni suo bene mobile e immobile. E i diritti dei suoi film venduti all'asta al ribasso come fossero mobili vecchi. Sono belle storie? Roba da cui prendere esempio? Lo consiglieresti a tutti i giovani? Certo si. Se non si ha smania di successo, se la vanità non prende il sopravvento, se non avete fretta, se pensate a fare film, teatro e musica per farli e non per farvi vedere, si.

Se invece volete avere successo e fare i selfie con i passanti sentendovi ripetere il vostro ultimo tormentone che avete provato all'ultimo matrimonio beh, allora no, andate a fare i provini per Colorado, Made in sud, fate gli Youtuber. Per le ragazze ci sono gli sgabelli dei programmi sportivi o fare finta di essere ballerine o i selfie su fb e le pagine " personaggio pubblico" Per noi tutti invece sognatori senza speranza e senza pubblico ci sono queste parole di Jacques Tati quando gli tolsero tutto. "Non mi dispiace che Playtime non abbia incassato abbastanza soldi. Io resto e voglio restare sempre precario come un esordiente. Mi sento giovane, come uno studente, ogni volta che inizio un film.Non ho la necessità di accumulare soldi per le banche non mi ammazzerò per il mancato pagamento di una rata del mutuo. IO FACCIO FILM."





Fausto Coppi e Alfred Hitchcock: una sfida impari.

di Barbara Napolitano

Fausto Coppi e Alfred Hitchcock: una sfida impari.

Lo so non è considerato tra i suoi migliori, ma il film di Hitchcock che preferisco è "Il delitto perfetto". Inizialmente mi è piaciuto in maniera istintiva e poi "da grande" ho capito perché mi piaceva tanto. Perché è teatro. Un teatro che non rinnega se stesso come spesso accade per le opere teatrali che vengono prestate alla pellicola, ma un teatro che sfrutta le possibilità del dettaglio, quel dettaglio che fa da cassa di risonanza alla paura. Le forbici, la borsa di lei, il telefono.... Cercano di avvertire che c'è pericolo!!!!

Il tipico approccio, invece, per il regista che vuole mettere in scena un racconto teatrale è quello di aggiungere tutte quelle inquadrature che non sarebbe possibile inserire in scena a teatro, nella sua conversazione con Truffaut, Hitch a questo proposito commentò appunto che "nella commedia un personaggio arriva da fuori in taxi; allora nel film i registi fanno vedere l'arrivo del taxi, i personaggi che escono dal taxi pagano la corsa, salgono le scale, bussano alla porta, entrano in camera (...)"... E quel matto di Hitch invece che ti fa??? Un bel buco nel pavimento nel quale inserire la macchina da presa per mantenere il punto di vista dello spettatore teatrale! Si sono sprecate parole per magnificare questo splendido regista, eppure fu snobbato al festival di Venezia!

Siamo nel pieno del 1954 e già i nervi degli organizzatori del Festival del cinema di Venezia sono allo stremo per la morte di Alcide De Gasperi che rischia di far saltare l'intera manifestazione. Alfredo Panicucci ci racconta: "Poi è stato deciso di rispettare la data fissata limitando il lutto all'abolizione del fastoso ricevimento che, ogni anno, segue puntualmente la proiezione. Sono mancati i discorsi con i quali ministri e sottosegretari auspicavano <il raggiungimento di mete sempre più alte>. Non è stato un gran danno". Questa analisi divertente segue con una serie di considerazioni che mettono in evidenza che lo stesso Festival non era considerato dalla stampa dell'epoca questa vetrina "culturalmente significativa" del cinema.

Al celeberrimo "La finestra sul cortile" viene affidato il compito di aprire le proiezioni di quell'anno, ma ahinoi riceve un'accoglienza a dir poco tiepida da parte della platea, a detta sempre del nostro cronista...

A rendere ancora più complicata l'attenzione alla settima arte è la presenza di Fausto Coppi nella fase finale dei campionati di ciclismo su strada a Solingen: non solo il povero Hitch con il suo capolavoro "La finestra sul cortile", ma pure Gloria Swanson aveva penato per attirare l'attenzione. A concludere il pezzo giornalistico la ferocissima considerazione "Durante questo giallo che <non fa dormire> ci è capitato di scoprire appisolato sulla nostra spalla destra un funzionario della Mostra; alla nostra sinistra si era addormentato un illustre critico francese. Entrambi, nel pomeriggio, avevano sopportato gli effetti del Campionato del mondo; il primo addoloratosi per la sconfitta di Coppi; il secondo esaltatosi per la vittoria di Bobet. Se i risultati sportivi si fossero capovolti, quelli cinematografici sarebbero rimasti identici." Insomma pura crudeltà!! Ma dove la trovi oggi, fatta eccezione per Dagospia, tanta gioiosa irriverenza. Mai e poi mai ammettere che un funzionario ed un critico dormano durante una proiezione.

Ma dissento fortemente dall'opinione di questo ardito cronista. "La finestra sul cortile" è un gran film, come "Delitto perfetto". Anche questo con un occhio alla messa in scena teatrale, dal momento che l'azione è costretta in uno spazio limitato quasi esclusivamente alla stanza dell'ottimo James Stewart/"Jeff" Jeffries... e poi MA QUANTO E' BELLA GRACE!

Non lasciamo comunque al solo Panicucci lo spazio del detrattore di questo film, dal momento che lo stesso Morando Morandini per "Settimo Giorno", scrive che "Rear Window" è un "giallo" abbastanza abile, ma la vicenda è troppo statica, troppo prolissa", ma più generosamente conclude che "il film è stato molto applaudito"!!! qual è la verità??? Forse Morandini non amava troppo il ciclismo...

Chi è quest'uomo...


...e perché involontariamente occupa un posto di rilievo nella storia del cinema italiano?

Chi è quest'uomo?

e perché involontariamente occupa un posto di rilievo nella storia del cinema italiano?

Lui è Peter Martell al secolo Pietro Martellanza, attore di secondo piano con la faccia adatta allo spahetti western. Nel 1967 è sul set con il regista Colizzi in Almeria, per girare "Dio perdona....io no." Peter belloccio anziché no, litiga violentemente con la fidanzata e dando un calcio a qualcosa di duro,  presumo si rompe un piede. Colizzi disperato vola a Roma per trovare un sostituto a buon mercato e ritorna in Spagna con Remo Girotti al secolo non ancora diventato Terence Hill.

Lo spaesato Girotti avrebbe incontrato da lì a poco sul set un omone enorme, bruno, burbero e addirittura napoletano.

" Diambarne de l'ostia ! " avrà esclamato da buon veneziano

" Dove son capitato ? " Avrà pensato. In Spagna, sul set di un film western con un barbone napoletano, tutto questo per aver dovuto sostituire un collega un po' nervoso per via dell'innamorata, senza sapere che da quel momento in poi sarebbe stata la sua grande fortuna professionale perché quell'uomo era Carlo Pedersoli al secolo Bud Spencer.

Alla fine di quel film, quando ci fu bisogno di scrivere i loro nomi sul manifesto ci si rese conto che Pedersoli e Girotti non funzionavano e bisognava trovare degli alias simil americani. Pedersoli beveva una Bud, una birra, il suo attore preferito era Spencer Tracy e quindi diventò Bud Spencer. Girotti aveva studiato lettere antiche e quindi scelse Terenzio, appunto Terence. La coppia è fatta, il primo film pure, e tutto il mondo poi sa come sia andata.

Quindi chi è stato Peter Martell e perché siamo grati a quest'uomo?

Non sicuramente per la sua carriera onesta ma trascurabile di attore di film di genere ma per il suo ruolo involontario di creatore di una delle coppie del cinema comico e d'azione che il mondo abbia mai avuto.


Grazie Peter Martell, grazie a te, alla tua fidanzata per averti fatto incazzare e al tuo carattere di merda senza il quale non ci sarebbero stati Bud Spencer e Terence Hill e noi ci saremmo altrimenti arrabbiati.

Nicola Guarino

GOLEADA '90

I tristi tropici dell'archivista multimediale 

di Barbara Napolitano 

L'archivista vive giorni difficili. Una volta era personaggio importante e fondamentale che poteva vantare il possesso di documenti indispensabili a raccontare chi eravamo e da dove venivamo. Successo che ci ricordano ad ogni stagione televisiva gli ottimi ascolti di TECHETECHETè. Oramai è persa quella insostenibile leggerezza dell'essere impegnati a mettere da parte VHS e copie di giornali che raccontano di una passione, si tratti della star del momento o della squadra del cuore... non ha più senso conservare qualcosa quando tutto quello che puoi mettere da parte è già archiviato multimedialmente e messo a disposizione in rete dagli editori stessi o dal provvido ladro del momento. Un losco figuro che riprende e immette in rete, un qualunquista che non conosce e non comprende il gusto di conservare materiali al solo scopo di tirarli fuori al momento opportuno!! Una rete eccessivamente generosa, che attualmente soppiantata irreversibilmente il privato archivista con una rete informatica che doppia e ripropone l'introvabile... Ed anche il calcio, che non necessita più di alcuna attenzione particolare: le donne passino pure davanti agli schermi proponendo stuzzichini non richiesti proprio nell'attimo non più fuggente del gol!! In questi Europei di calcio si può seguire e rivedere e riproporre e conservare la partire durante e dopo averla viste ... appena nel 1990 non era così. Si tratta di 26 anni fa, ma è preistoria. Si aspettava con febbrile curiosità la partita che, pur se riproposta nella sue fasi salienti attraverso moviole e replay, specialmente nel lunedì appannaggio del mago rosso, non avrebbe più avuto lo stesso sapore e guai a perdersela... Eppure l'occasione si faceva ghiotta per il nostro archivista di successo. La pubblicità del momento infatti evidenziava come solamente attraverso l'acquisto del cofanetto "GOLEADA '90" contestuale all'evento potevi garantirti la possibilità di essere tra i pochi depositari della memoria storica, divenivi indispensabile dunque alla riproposizione della partita che, si sperava, avrebbe segnato un prima ed un poi della storia del calcio. La pubblicità appare sul settimanale "7" del Corriere della sera, protagonista la Rai (con VIDEORAI) e la Gazzetta dello Sport. Ad accompagnare l'invito all'indispensabile acquisto per appassionati pure una foto di Trapattoni che conoscendo bene Valderrama ne condivideva le passioni di TESTA. Un'altra epoca... a qualcuno manca persino un po'. Ultima spiaggia che rimane ai raccoglitori appassionati è la raccolta PANINI, quella veramente necessita oggi di un'applicazione da raffinati numismatici. 

L'inventore Jerry Lewis

di Nicola Guarino

Ci si ricorda di Jerry Lewis per i film con Dean Martin e le canzoncine.  Jerry Lewis è una delle vittime di una  ignoranza L'ignoranza dei fruitori  di cinema, quelli che vanno al cinema a vedere un film a settimana e credono che tutto si esaurisca negli ultimi venti anni di produzione statunitense. Malgrado lui sia il genio assoluto che è, perché nonostante qualcuno non lo sappia Jerry è ancora vivo e lotta insieme a noi.Allora oggi vi dico che Jerry non è stato solo attore, regista, sceneggiatore, cantante ma anche INVENTORE.Pochi sanno che Jerry ha una grande dimestichezza con l'elettronica, e nel 1960 durante la lavorazione del suo primo film da regista, Il Ragazzo tuttofare, ha inventato una cosa che ha rivoluzionato la maniera di fare regia nel mondo : IL VIDEO ASSIST.Cos'è? Lo spiego.Le macchine da presa all'epoca erano pesanti blocchi di ferro, solo l'operatore poteva vedere l'inquadratura nel mirino della macchina e al regista non restava che fidarsi dato che la pellicola poi andava stampata e vista con un proiettore. Infatti la sera o al massimo il giorno dopo si vedevano i giornalieri, cioè la stampa positiva del girato del giorno per decidere se qualcosa andava rifatto. Grandi perdite di tempo e grandi spese ma non c'era alternativa.Allora Jerry che ti fa? Con una piroetta cerebrale ti mette su un armadio con dentro, un monitor, un sistema di videoregistrazione su nastro e una videocamera affiancata alla macchina da presa.inventa così il VIDEO ASSIST, cioè un sistema che permetteva al regista di vedere approssimativamente l'inquadratura che faceva l'operatore che poteva cambiarla su indicazione dello stesso regista anche mentre girava. Successivamente la videocamera registrava la scena che in questo modo poteva essere rivista immediatamente.Certo, stiamo parlando dell'embrione, perché in realtà il video assist più completo e preciso verrà usato solo nel 1968 da Black Edwards il primo ad utilizzare il sistema elettronico ( cioè un sensore posto all'interno della macchina da presa) beam splitter inventato dall'ingegnere Jim Songer nel film del 1968 THE PARTY.Parleremo ancora di Jerry Lewis e anche di Jacques Tati e Buster Keaton e tutte le macchine meccaniche, scenografche e metodi di lavorazione che hanno inventato questi signori pieni di talento, così grandi e oggi così dimenticati. 

"LA TAGLIA" da Famiglia Cristiana

(PER ADULTI MATURI)

di Barbara Napolitano

  • Ogni settimanale che si rispetti oltre alla quota di attenzione alla cronaca, alla politica, alla mondanità, non può esimersi dal dedicare un pezzo "al cinema". Certo il tipo di articolo che sarà scritto dipenderà dal tono del giornale: è probabile che "Chi" si dedichi agli amori che il protagonista di turno avrà modo di incontrare durante la lavorazione del film, mentre "Vanity Fair" si occupi dell'emancipazione emotiva dei soggetti della trama... tralasciamo chiaramente le riviste di settore che ben altro titolo hanno per affrontare l'argomento cinema (con un approccio che va da "Ciak" a "Cineforum" tanto per dire). Nel 1965 il "Settimanale cattolico di attualità", noto e pubblicato ancor oggi con il nome di "Famiglia Cristiana", dedica la sua attenzione ad un genere in gran voga in quel momento, anche se maggiormente nella sua forma italiana, alla spaghetti...: parliamo di Western. Il film in questione è "La taglia" di Serge Bourguignon (The Reward - 1965) tratto da un romanzo di Michael Barrett, sullo sfondo del deserto messicano, ha come protagonista un poveretto che, ingiustamente accusato di un delitto, fugge via inseguito da cinque uomini che ne vogliono la testa al fine di intascarne la taglia, appunto.

Il settimanale ci offre la storia "fotografica" del film del quale sottolinea che porta fuori tutte le debolezze umane "la cupidigia, la paura, l'odio" (parole del giornalista non firmatario) ma continua: "da tutto questo squallore emergono anche il coraggio, l'amore, la redenzione".

Il lettore di Famiglia Cristiana, dunque, può serenamente godere di questo film, dal momento che la redenzione finale assolve dalle nefandezze lo spettatore, il quale potrebbe commetterne nel vedere semplicemente scorrere sullo schermo immagini così disdicevoli. D'altra parte anche in questo il Settimanale del 1965 non ha nulla da invidiare ai nostri giorni, bisogna stare attenti a quanto accade sullo schermo anche in pieno 2016, dal momento che la lectio ripetuta è che quanto vi avviene non è detto sia effettivamente "fiction" (si pensi al protagonista - 'o Malamente - della sceneggiata anni '50/'60/'70, contro cui il pubblico inveiva fisicamente, al Malammore di Gomorra contro il quale oggi il pubblico inveisce poco virtualmente, fino alla possibilità - mai da dimenticare! - che qualcuno fotografandovi potrebbe sottrarvi l'anima).

Trovo estremamente singolare, inoltre, che l'articolo non si preoccupi affatto di svelare non solo la trama in maniera abbastanza puntuale, ma addirittura di anticipare il finale (oggi sarebbe perseguibile), togliendo allo spettatore qualunque possibile curiosità sugli esiti della storia... il romanzo tra l'altro non ebbe un successo tale da giustificarne una possibile conoscenza dettagliata da parte del pubblico.


Prende parte al cast pure il nostro Nino Castelnuovo, che interpreta il ruolo di un giovane messicano. Nonostante sia stato formato al Piccolo di Milano ed allievo di Strelher non raggiungerà la notorietà per questi nobili motivi! E nemmeno per "La taglia", a dire la verità. Sarà il ruolo di Renzo Tramaglino nei Promessi Sposi in onda per la Rai nel 1967 a farlo diventare famoso. Eppure mai noto come nella seconda metà degli anni Settanta, quando la sua carriera fa un salto: in senso letterale. Sarà infatti la sua agilità di testimonial per OLIO CUORE, una ditta per la quale atleticamente salterà la staccionata, a renderlo famoso ed amato a tutti gli italiani. Prima della Cuccarini.


Il Nano Impiccato del Mago di Oz

...quanto avrebbe fatto bene un nano a Judy Garland?

Versione Originale
Versione Originale
Versione Restaurata.
Versione Restaurata.

Il film è IL MAGO DI OZ , 1939 di Fleming.

Tutti ricordiamo le scarpette rosse, Over the rainbow, lo spaventapasseri, il leone, Dorothy, la strega dell'est, quella del nord, e i balletti e le musiche e i colori sgargianti della città di smeraldo. La casa di Dorothy trascinata da un tornado viene portata nel mondo di Oz e cade giusta giusta in testa alla strega cattiva dell'Est salvando così il villaggio abitato dai mastichini. Già i mastichini, dei piccoli uomini allegri e senza pensieri che da tempo erano terrorizzati dalla cattiva strega e che ora possono esultare per esser stati liberati dalla cara Dorothy.  La produzione fu imponente e molti furono i problemi di sicurezza che vennero affrontati e mai risolti. L'attore che interpretò l'uomo di latta venne intossicato dalla vernice d'argento di cui era truccato, l'uomo di paglia ebbe numerose crisi respiratorie dovute al caldo, il trucco alla polvere di rame della strega prese fuoco ustionando l'attrice e tra i numerosi incidenti ce ne fu uno drammatico: uno dei mastichini preso dalla disperazione della vita grama si impiccò durante le riprese.

I mastichini erano interpretati da figuranti, nani pagati meno di Totò, il cane di Dorothy. I turni di riprese erano massacranti e uno di loro durante le riprese decise di uccidersi impiccandosi sul set. Va bene, lo dico, la cosa è annoverata tra le cosiddette leggende e stranezze ma non è stata mai confermata. Come nasce? Beh, durante un campo lungo in cui Dorothy e gli altri ballano e cantano e imboccano il sentiero dorato per la città di Smeraldo, sullo sfondo a sinistra viene giù qualcosa che effettivamente sembra una corda con una persona che ciondola nel vuoto. La cosa diventa meno chiara visionando la versione restaurata che mostra invece un grande uccello (non quello del nano) che apre le ali. D'altronde pensare che non si fermassero le riprese con un tizio  impiccato sul set sembra strano, ma confrontando la stessa scena nella versione in vhs quindi di bassa qualità e quella restaurata in hd devo dire che si fa fatica anche a credere che sia la stessa scena. Quindi alla fine 'sto nano si è ammazzato o no? Da qualche parte nel mondo un nano si sarà pure ammazzato ma non credo sia successo in quella occasione. Ho scoperto che i mastichini e quindi gli attori che l'interpretavano erano appesi a delle corde di pianoforte, e molti di loro si ferirono durante le riprese quindi alla fine credo che ciò che venga giù in quella scena non è né un cadavere e  nemmeno un uccellone che apre le ali, ma un 'impalcatura o qualcosa di scenografia e che la scena non si stata fermata perché non ce n'era bisogno. E allora perché nella versione restaurata qualcuno si è preso la briga di inserire  l'uccello chiaramente manipolando la versione originale? Solo per mettere fine alle voci su una falsa leggenda e rendere tutto meno macabro, dato che il film molto macabro lo è. Una nota a margine. I per interpretare i mastichini vennero presi nani da tutti gli Stati Uniti, alcuni di loro erano alcolisti e venendo da i circhi erano dediti a varie birbanterie, una per tutte, sembra che alcuni di loro molestassero spesso Judy Garland, la quale, sedicenne all'epoca  e già strafatta di anfetamine per non ingrassare e per tenere i ritmi della lavorazione, se avesse magari accettato qualche avance da parte di un nano  avrebbe conosciuto la felicità invece di perdersi tra mariti, droga e alcol morendo a quarantasette anni. Non era forse meglio un nano ma non "ghiacciato" chiaramente .Viva i nani sempre e la follia e l'irriverenza di chi è diverso.


HOLLYWOOD STUDIO CLUB: NOTIZIE DAL 1954

Se sei un'aspirante attrice, se vuoi fare carriera ...

di   Barbara Napolitano

Se sei un'aspirante attrice, se vuoi fare carriera mantenendo integra la tua reputazione, devi soggiornare allo Studio-Club. Queste le considerazioni che nel 1954 dalle pagine del settimanale italiano EPOCA un ignoto giornalista faceva a proposito della vita "smodata" di Hollywood. L'articolo corredato da immagini che lasciano pochi dubbi sull'avvenenza delle pensionanti, è introdotto dal titolone a tutta pagina "La pensione delle stelline nata dalla gelosia delle mogli."

Si trattava di una vera e propria "pensione" dove attrici, od aspiranti tali, potevano per pochi dollari godere di vitto e alloggio. La costruzione di quest'edificio che aveva il compito, appunto, di accogliere le probabili prede della concupiscenza hollywoodiana e dar loro un approdo ed un rifugio sicuro era nato dopo i fatti del 1921. Virginia Rappe, un'avvenente stellina in cerca di fortuna, aveva partecipato ad un party organizzato da Roscoe Arbuckle, detto Fatty (il grasso), un notissimo attore comico che divideva con Chaplin il successo delle torte in faccia. Al party organizzato da Fatty non mancava proprio nulla per divertirsi. La Rappe, probabilmente, era considerata tra le possibili fonti di divertimento. Sta di fatto che la donna, provata da alcool e droga e, a sentire le cronache dell'epoca, da un'attenzione eccesiva da parte di Fatty/Roscoe sarebbe morta tra atroci dolori all'addome con un'agonia durata quattro giorni. Lo stesso Fatty fu accusato della sua morte che, come si apprese dopo l'autopsia sarebbe stata una peritonite, probabilmente causata dalla mole dell'attore che ne avrebbe rotto la vescica sotto il suo peso considerevole.

Lo scandalo fu di proporzioni incredibili, cavalcato tanto da giornali serissimi quanto da giornaletti scandalistici che, laddove non ne trovavano, condivano con elementi inventati le storie di dissoluta perdizione che toccavano in sorte a quelle ragazze. Si trattava perlopiù di giovanette sprovvedute che partivano da Province americane, affascinate dal mondo del cinema, per approdare a quello della prostituzione. È cosa nota anche in Italia che la famiglia non fosse mai contenta quando una figlia decideva di intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo, questo senz'altro almeno fino agli anni '70. Oggi, sembrerebbe invece, come dimostrano tanto le immagini dei social network quanto programmi del genere de "Il Boss dei prediciottesimi" (terribile già nel titolo), siamo al paradosso: molti genitori incoraggiano, piuttosto che scoraggiare un futuro da prima pagina. Poco importa cosa ci sia scritto sotto la foto del faccino di turno, l'importante è campeggiare in avvenenza e presenza mediatica, non in buon gusto.

Ritorniamo agli anni '20. Tra il 1923 e il '25, le dame di carità americane decisero di voler salvare dalla perdizione tutte le possibili future Virginia Rappe, venute con una valigetta piena di sogni, e divenute ostaggio del malaffare hollywoodiano e di avviare, a tale scopo, la costruzione di un ostello delle fanciulle. Furono coinvolte nella raccolta dei fondi le più grosse case cinematografiche: la Metro Goldwyn e Carl Laemmle, Famous Players-Lasky, Warner Bros, Christie Commedie e persino una star del calibro di Andree Peyre contribuì alla causa esibendosi con il suo aereo acrobatico per raccogliere fondi utili alla causa. Per finire con la carrellata di nomi celebri impegnati nella causa citiamo pure la famosissima Norma Talmadge che contribuisce con una donazione di 5,000 $ a porre la prima pietra della costruzione.

Nel maggio del 1926 si inaugurò così l' "Hollywood Studio Club", alla base un progetto architettonico firmato da Julia Morgan. All'inaugurazione furono presenti star del cinema muto e dell'industria cinematografica del calibro di Mary Pickford e molte delle camere dell'edificio portarono i nomi di coloro che avevano partecipato economicamente alla costruzione con assegni che superavano i 1000 $, alcuni nomi: Gloria Swanson, Jackie Coogan, Harold Lloyd, Douglas Fairbanks, Howard Hughes.

A completare il piano delle dame di carità d'oltreoceano interveniva pure una rigida regolamentazione che prevedeva tra l'altro che le signorine ospiti dovessero rincasare ad orari ben precisi e che non potessero dormire fuori, oltre che fornire la possibilità di studi musicali e di recitazione.

Nel settimanale italiano Epoca del 1959, leggiamo l'elenco delle regole previste dalla struttura: "Il portiere ha l'ordine di aprire la porta dopo le undici di sera soltanto a chi possiede un permesso scritto, firmato dalla direttrice dell'istituto o dal presidente del consiglio di gerenza. Mancando di questo documento giustificativo, le ragazze busserebbero invano e sarebbero obbligate a cercare altrove un letto per dormire. Dopo tre notti di assenza illegali in un mese, la giovane "delinquente" è gentilmente pregata di fare i bagagli. Da questo momento il suo avvenire a Hollywood è fortemente compromesso (ADDIRITTURA!!) abbandonata a se stessa, ella vedrà chiudersi davanti a sé tutte le porte delle grandi case di produzione."

Un film del 2014, "The Studio Club", scritto da RJ Adams e diretto da Brian Krause, ambientato nel 1959, dunque cinque anni dopo che il settimanale EPOCA si occupa della morigeratezza dell'istituzione, racconta invece di come il Club che "di giorno" mantiene una facciata di rispettabilità e promuova la famigerata "sorority", in nome della quale la struttura era stata creata, si trasformi ogni sera in un luogo esposto alle frequentazioni di gangster e aspiranti "protettori".

La lista di nomi illustri che hanno soggiornato nel corso della loro carriera per periodi più o meno lunghi allo Studio è notevole: una storiella divertente vorrebbe che la stessa Marilyn Monroe proprio per pagare l'affitto della sua stanza abbia posato nuda per delle foto, contravvenendo in tal modo ai principi stessi sui quali lo Studio era stato fondato.

Nel 1975, comunque, l'ostello hollywoodiano per aspiranti attrici ha chiuso definitivamente, lasciando alla sola sensatezza di chi si appresta ad una carriera nel mondo dello spettacolo l'arduo compito di distinguere tra il bene e il male.

Chi lo desideri può, comunque, visitare ancor oggi la struttura ritenuta luogo di interesse culturale.

Il gesto estremo di un guerriero

con anche un po' di prostata

di Nicola Guarino

1971, un uomo, un samurai, un ostinato , uno anche un po' esagerato lo possiamo dire, si chiude nel bagno e in maniera inconsulta si tagliuzza le vene. Lo salva la figlia miracolosamente dopo aver immagino, imprecato contro il padre che di sovente teneva il cesso occupato troppo tempo anche se quella volta non era proprio per via della prostata.

Stiamo parlando dell'immenso Akira Kurosawa.

Proprio così. L'autore di Rashōmon, de I sette Samurai, di Kagemusha , quel giorno dopo aver fatto un consuntivo della sua vita drammatica, ossessionato dalle sue origini di samurai e dalla sua ossessione per il cinema decide in maniera plateale di togliersi la vita. Ma perché?

Era stato escluso dal film TORA ! TORA! TORA ! . In realtà più che escluso sostituito, d' altronde sarebbe stato abbastanza complicato immaginare una collaborazione tranquilla tra un regista giapponese e un produttore americano per realizzare un film di guerra sulla pianificazione e l'attacco a Pearl Harbor, si corse seriamente il rischio di una terza guerra mondiale.

Successivamente Kurosawa ha la possibilità di rifarsi avendo a disposizione un monte di soldi per il suo primo film A COLORI .

Si immagina quindi un altro successo planetario come I Sette Samurai, un altro capolavoro di cappa e spada, ma quello che ti fa? Una storia di un ciabattino triste, lunga centoquarantaminutinterminabili, bello, onirico ma pesante pesante pesante.

Il film è un fallimento. Kurosawa si deprime. Sente su di sé il peso del disonore.

Cosa fare per liberarsi di questo macigno ossessivo che questa volta non è la prostata?

Suicidarsi, come ogni buon giapponese che si rispetti. Chi sbaglia paga.

E' vero, il suicidio mi pare una cosa effettivamente esagerata, uno si aspetta che se proprio uno, due o tre film vanno male magari un quarto non lo fai più. Certo non in Italia, ma l'Italia...

Fatto sta che Kurosawa si salva, e lentamente riprende la sua produzione di cineasta che ci darà altri grandi film come RAN.

La sua vena nonostante il taglio non si era esaurita, a volte le ferite rinforzano, a volte.